In Ucraina esplosioni, gelo e fame: «Vi raccontiamo l’inferno per 4 milioni di bambini»

La denuncia di Kiev: «Già 71 piccoli morti e oltre 100 feriti». La volontaria: «Le mamme non hanno più latte per i neonati»

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di Michela Allegri

Di notte si sprofonda nel gelo e di giorno sta diventando difficile anche trovare da mangiare. Fuggire è impossibile, perché dal cielo continuano a piovere le bombe russe sull’Ucraina assediata. Milioni di bambini si trovano in trappola: non possono scappare, ma rischiano di morire di freddo e di fame. Almeno settantuno piccoli sono già stati uccisi dall’inizio della guerra, mentre più di cento sono stati feriti, ha detto la commissaria della Verkhovna Rada per i diritti umani, Lyudmila Denisova. A Mariupol, le bombe hanno colpito anche un ospedale e tra le strade hanno ucciso più di mille persone.

La testimonianza

«Voglio che tutti sappiano che siamo all’inferno», dice Darya Kasyanova, responsabile per l’Ucraina dei programmi di Sos Villaggi dei Bambini, organizzazione internazionale impegnata nel sostegno di bimbi privi di cure familiari o a rischio di perderle. L’evacuazione dalle zone a rischio avviene spesso durante i bombardamenti, «non esiste, di fatto, un corridoio umanitario». Le persone si nascondono negli scantinati senza riscaldamento, dove le mamme non possono nemmeno più allattare i neonati, «perché molte hanno iniziato a perdere il latte» e quello artificiale non si trova più. «I bambini che vivono nelle regioni a rischio sono circa 4 milioni», spiega Kasyanova. Di questi, circa 1,5 milioni vivono in città e paesi che per ora sono bloccati, come Irpin, Mariupol, Bucha, Hostomel, Stanytsia Luhanska, Sievierdonetsk, Starobilsk, Popasna. «Sabato siamo riusciti a portare fuori circa 150 bambini di età compresa tra 0 e 3 anni da quattro strutture a Kharkiv. Il personale inizialmente non voleva andarsene, ma l’allontanamento dei minori senza di loro è illegale. Dopo tre giorni di dialogo, siamo riusciti a convincerli», spiega la responsabile di Sos Villaggi dei Bambini Ucraina. Chi organizza la fuga rischia la vita: l’evacuazione dalle zone più pericolose spesso avviene durante i bombardamenti, «ci sono stati casi in cui le bombe hanno iniziato a cadere proprio mentre le persone iniziavano a muoversi». Una struttura che ospita circa 50 bimbi e che si trova a Vorzel, vicino a Kiev, è rimasta isolata per giorni: raggiungerla è impossibile e manca la connessione telefonica.


I corridoi umanitari non funzionano: i volontari raccontano che i russi aprono il fuoco contro autobus pieni di persone, mentre chi è a piedi cerca di fuggire da solo, portando con sé il poco che riesce a trasportare, mentre corre tra le esplosioni, rischiando di saltare per aria ad ogni passo. È successo a Irpin, dove domenica scorsa una famiglia con due figli è morta mentre cercava di attraversare un ponte.
Nelle città bloccate non funzionano i negozi e non c’è l’elettricità. Anche comunicare e chiedere aiuto è difficile: non si riesce nemmeno a ricaricare il telefono. La notte, negli scantinati dove le famiglie si rifugiano ammassate, la temperatura scende fino a -8 gradi. «Qui è pieno di bambini», dice ancora Darya Kasyanova. Lei ha due figlie, «alla più piccola, che non ha nemmeno 3 anni, raccontiamo fiabe e diciamo che i rumori delle bombe sono tuoni enormi».

L’accoglienza

In Ucraina ci sono ancora 100mila bambini che vivono in istituti pubblici. «Sono orfani, hanno già sofferto tanto, ora rischiano un secondo abbandono, il personale in parte sta scappando», spiega Roberta Capella, direttore di Sos Villaggi dei Bambini Italia, che lavora per coordinare operazioni di soccorso e di trasferimento. Ma l’attenzione, ora, si sposta anche sul nostro Paese e sui rischi connessi all’accoglienza senza regole. In questi giorni sono arrivate circa 20mila persone e tra loro ci sono novemila minori. Nella maggior parte dei casi si tratta di bimbi soli. «Ci stiamo attivando per ospitarli nei Villaggi Sos, ma anche per garantire un’accoglienza qualificata - spiega Capella - il tema centrale è la loro tutela ed è necessario un percorso stabilito tramite una regia istituzionale. Ci vuole una verifica, ci vuole un sistema coordinato». La disorganizzazione e la mancanza di controllo, in questa fase, possono diventare pericolose: «Va benissimo l’accoglienza privata, ma ci possono essere famiglie non idonee e anche situazioni di illegalità, come adozioni tentate in violazione delle regole o, addirittura, fenomeni di tratta». È necessaria una cornice giuridica chiara. Accogliere un bimbo che arriva dalla guerra è difficile, «bisogna essere preparati. Al momento non è chiara nemmeno la modalità di ingresso, servono percorsi di integrazione e diritti garantiti».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 4 Aprile 2022, 14:08
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