#MeToo, grazie a una valanga di denunce anonime su Instagram in Egitto scoppia il caso delle molestie
di Franca Giansoldati

#MeToo, grazie a una valanga di denunce anonime su Instagram in Egitto scoppia il caso delle molestie

Nessuno aveva messo in conto l'estensione del #MeToo in Egitto fino a quando sui social non è apparso un ahstag - #poliziad'assalto - direttamente collegato al caso di un giovane studente piuttosto benestante, arrestato per aggressioni sessuali, ricatti, revengeporn. Sul social si sono riversati subito in modo anonimo decine e decine di segnalazioni di ragazze che raccontavano la propria esperienza. Una marea di accuse che hanno scatenato un movimento di opinione in tutto il paese ancora più vasto, e capace di andare ben oltre il fatto in sé, fino a richiedere la introduzione di una nuova legge in grado di proteggere la privacy delle vittime e favorire l'emersione del fenomeno.

La bozza di legge che nel frattempo è stata presentata garantirebbe l'anonimato alle ragazze nei casi di violenza sessuale, e questo per fare in modo che il fenomeno possa emergere con maggiore facilità visto che è molto più diffuso di quanto non siano i casi effettivamente accertati e presi in carico dalle autorità. 

Anche per la polizia egiziana è stata una sorpresa e quando due settimane fa ha arrestato Ahmed Bassam Zaki, 22 anni, perchè difficilmente avrebbe immaginato che nell'arco di poco tempo sarebbero arrivate più di 100 testimonianze anonime su Instagram di donne che denunciavano lo stesso schema di manipolazione, bullismo e minacce per costringerle a inviare foto nude o a fare sesso con lui. Nel frattempo partivano le indagini del caso mentre la famiglia di Zaki difende a spada tratta il ragazzo. Il padre ha detto a un giornalista che il figlio non ha commesso alcun crimine. I magistrati, invece, hanno spiegato che stanno lavorando sulle accuse di tentato stupro, aggressioni, ricatto su sei ragazze di cui una minorenne. 

«Quando le voci delle donne possono parlare liberamente delle molestie che hanno subito, e viene creato uno spazio sicuro, è sempre positivo», ha detto Azza Soliman, responsabile del Center for Egyptian Women's Legal Assistance, una associazione della società civile che si occupa di violenze di genere. 

Il tema è diventato scottante, tanto che persino l'università di Al-Azhar, l'istituzione religiosa più prestigiosa dell'Islam sunnita, è intervenuta affermando che una vittima di violenza sessuale non dovrebbe essere più biasimata o giudicata dai vestiti e da quello che indossava. Una presa di posizione molto chiara rispetto l'opinione pubblica corrente che giudica ancora le donne che non indossano il velo islamico ma abiti occidentali come "dolciumi non confezionati" che alla fine attirano le mosche. 

Nel frattempo il caso di Zaki è come se avesse rotto il vaso di Pandora. Nell'arco di una settimana si sono contate oltre 400 denunce da diverse parti del Paese, relative a tantissimi altri casi. Un noto editore è stato arrestato e rilasciato su cauzione dopo che una donna è andata alla polizia, e un funzionario di un gruppo per i diritti umani è stato licenziato quando ha ammesso di aver molestato delle colleghe.

Uno studio fatto dalle Nazioni Unite nel 2013 ha indicato che più del 99 per cento delle donne egiziane ha subito molestie nella corso della vita e che la maggior parte di loro non si sentiva sicura per le strade. La questione era già affiorata (e poi messa a tacere) nel 2011 quando vi furono violenze su donne contro le manifestanti durante la primavera araba, la rivoluzione del 2011. Nel 2014 è stata approvata una legge contro le violenze ma diverse ong affermano che le denunce faticano ad affiorare perchè la polizia è spesso riluttante e la società continua a stigmatizzare le vittime. 






 
Ultimo aggiornamento: Domenica 26 Luglio 2020, 18:58
© RIPRODUZIONE RISERVATA