Andrea Delogu: «Io, bimba dislessica: non credete a chi vi fa sentire sbagliati»

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di Maria Lombardi
«Come si fa a confondere la mamma con una mucca?» Cinque lettere, cominciano con la "emme". Provate a mostrarle a una bambina di sei anni che non capisce ancora perché le parole ce l'abbiano con lei e non facciano altro che mettersi nel verso sbagliato. La piccola Andrea Delogu prova a indovinare: «Mucca!». E ricorda quell'espessione di «incredulità» sul volto della madre che le indica l'altra parola. Nemmeno lei si spiega perché quella bambina così vivace e spigliata, velocissima sin da piccola nell'incastrare le forme negli spazi giusti, non veda le parole come tutti gli altri compagni.  La maestra: «É svogliata».  Ma a quei tempi, anni Ottanta, la dislessia non la conosceva nessuno. La conduttrice tv e radio e scrittrice  ha lottato a lungo, dalla prima elementare alla maturità e oltre, con le parole impazzite. «Una specie di guerra con le lettere: le fissavo, cercavo di sistemarle nel giusto ordine. Era sempre un fallimento». A quella battaglia  ha dedicato un libro: “Dove finiscono le parole. Storia semiseria di una dislessica” (edizione Rai Libri). Pagine con caratteri grandi e ben leggibili. «Se non riuscite a finirlo tutto, non abbattetevi, ve ne riassumo brevemente il succo: anche se soffrite di un disturbo specifico dell'apprendimento, siete fichissimi e avete il mondo a vostra disposizione».


 





Sentirsi bagliati 
Ma quante volte lei si è sentita sbagliata, tra insegnanti che non sapevano e genitori che non capivano, «in questa guerra non avevo alleati». Tutti leggevano “Topolino" e anche Andrea lo amava, ma il fumetto restava lì sul tavolo. Solo un supplente di lettere, al liceo, riuscì a guardare oltre gli errori, «hai la stoffa per fare la scrittrice».  Finalmente la scoperta, con un video su YouTube, «in cui si vedevano scorrere della parole “interrotte”, capovolte, storpiate. Era dedicato a chi voleva comprendere il disagio del dislessico davanti a un testo scritto. Finalmente il mio problema aveva un nome. Esisteva davvero». Alla fine si è trasformato «in un'opportunità. Ho imparato a parlare un italiano corretto dalla tv, la grammatica sui social, la storia dai documentari e ho “letto” i grandi classici vedendo i film». Altro che svogliati, stupidi, scarsi, come erano trattati anni fa i “dis”.  «Non credete a chi cerca di farvi sentire sbagliati. Non lo siete».
 
 

Ultimo aggiornamento: Mercoledì 19 Giugno 2019, 10:03
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