Dieci anni di cinema americano, da Tarantino a Chazelle: il libro di Stefano Santoli
di Claudio Fabretti

Dieci anni di cinema americano, da Tarantino a Chazelle: il libro di Stefano Santoli

Stefano Santoli

Fabbrica di sogni, deposito di incubi. Dieci anni di cinema USA. 2010-2019

Editore: Mimesis

Collana: Mimesis-Cinema

Anno edizione: 2021

Pagine: 248 pp.

 

Che cosa ha caratterizzato il cinema americano nel secondo decennio del Duemila? Stefano Santoli, saggista e critico cinematografico per la webzine “Ondacinema”, cerca di rispondere alla domanda con un volume denso e scorrevole al contempo, organizzato in diverse aree tematiche: il fotorealismo del digitale, la breve parabola del 3D, il consolidamento dell'impero Disney e il trionfo del superhero movie, il rinnovamento del western (da Tarantino, ai Coen, fino a Kelly Reichardt) e il revival della fantascienza, l'horror in mutazione sempre più specchio di mutamenti sociali, generazionali e di gender, il movimento Black Lives Matter e la riscossa del cinema afroamericano, la rivolta e gli eccessi del #metoo, le nuove sfide dei grandi autori, da Malick a Lynch, da Scorsese a P.T. Anderson, la rivoluzione dello streaming.

“È una ricognizione di un decennio di cinema statunitense – come sottolinea lo stesso autore - che prova a intercettare gli sviluppi di alcune tendenze consolidatesi nel nuovo millennio e individuare quali nuove tendenze siano emerse”. Una realtà in cui il cambio generazionale tarda ancora ad arrivare ma - come osserva Leonardo Gandini nella prefazione - “un panorama ancora di grande vitalità e suggestione, soprattutto in alcuni territori, ad esempio l’horror e l’animazione”.

 

Insomma, Hollywood resta sempre “Fabbrica di sogni e deposito di incubi”, come sottolinea il titolo. Un eccezionale serbatoio di storie che, se forse ha perduto la centralità dell’universo cinematografico mondiale, conserva intatta la sua identità. Anche se proprio alla fine del decennio è stato un sudcoreano (Bong Joon-ho con “Parasite”) a trionfare nella sua liturgia per antonomasia: la notte degli Oscar.

Tanto è cambiato in questi dieci anni (2010-2019), un decennio non ancora storicizzato, ma già leggibile attraverso una serie di tappe cruciali. Elaborato il trauma dell’11 settembre e superata la stagione turbolenta e guerrafondaia dell’amministrazione Bush, l’America si è scoperta finalmente multirazziale con il primo presidente nero, ma il doppio mandato di Barack Obama non ne ha dissipato le crisi interne e le contraddizioni, non riuscendo a fermare quella disgregazione del tessuto sociale che ha favorito l’avanzata di Donald Trump e della sua variopinta armata, destinata poi a infrangersi nella folle notte di Capitol Hill.

Viene così da chiedersi cosa resti dell’American Dream e se abbia ancora un senso vedere nel cinema a stelle e strisce quell’Eldorado di libertà che ha affascinato intere generazioni. La fine dell’impero americano, però, non ha corrisposto al tramonto dei valori fondanti del cinema a stelle e strisce, come si può evincere dalla galassia di pellicole (circa 450 nella filmografia finale) che ci tracciano la via in questa avvincente esplorazione della settima arte statunitense, ancora in grado di esprimere una visione lucida e spesso lungimirante della complessità della società contemporanea. Magari con qualche interessante evoluzione tecnica, come il ricorso sempre più ossessivo al pianosequenza nel mainstream (dal Mendes di “1917” a Iñárritu e Cuarón) e una connotazione sempre più globalizzata, come testimonia l’afflusso di cineasti da ogni parte del globo che vanno a lavorare in America.

 

Se, come si diceva, il rinnovamento generazione stenta ancora ad affermarsi (“Salta all’occhio: mancano i giovani”, osserva Santoli, provando subito dopo a interpretare le ragioni di tale assenza) non si può restare indifferenti alla vitalità dimostrata ancora dai grandi maestri. L’autore ne individua in particolare sette: Scorsese, Malick, Lynch, Allen, Eastwood, Tarantino, Anderson. Tutti, a loro modo, capaci di proiettare il loro sguardo sul nuovo Millennio e di aggiornare efficacemente il loro linguaggio audiovisivo. E gli stessi nuovi paladini di Hollywood (ad esempio, Chazelle, Saulnier, Zahler) sembrano in qualche modo rifarsi alla classicità dei cineasti che ne hanno costruito la leggenda. Una nuova ondata che potrebbe essere definita “neoclassica”, ma che Santoli preferisce considerare come una versione 2.0 della New Hollywood, seppur a distanza di sicurezza dallo star system della prima metà del Novecento.

 

Operando in una zona liminare tra storia e critica, Santoli riesce a sviluppare queste riflessioni in modo sempre fluido e interessante, lasciando però aperta ogni altra interpretazione e lettura. Un po’ come il cinema stesso, in fondo.


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 4 Agosto 2021, 12:26
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