Paolo Nucci, il vero "dietro le quinte" della Medicina per (re)innamorarsi della professione
di Stefania Cigarini

Paolo Nucci, il vero "dietro le quinte" della Medicina per (re)innamorarsi della professione

Paolo Nucci, professore ordinario di Oftalmologia dell’Università di Milano, accademico e divulgatore, trentotto anni di carriera (ne ha 61), una specializzazione in Chirurgia oculare pediatrica (17mila interventi) descrive nel nuovo libro  intitolato (provocatoriamente), "Perché (non) fare il medico" tutte le fasi del suo grande amore per la Medicina.

 

Questo libro covava da prima del Covid?

Esattamente. Il medico è un po' uno storico, un leggendario, un mitologico, raccoglie molte sue idee. Ognuno di noi ha un suo Zibaldone, nel quale annota pensieri e aspetti che vorrebbe poi approfondire. La pandemia mi ha dato il tempo per mettere in ordine questo materiale. E' stato un meccanismo psicanalitico. Organizzare un libro, ne ho scritti altri, non è una cosa semplice; una autobiografia lo è ancora meno. Si ha la tentazione di dire tutto, poi alla fine ci si confonde.

 

Perché ha fatto il medico?

La ragione principale è che, nella mia generazione quella era una figura ancora molto eroica. Mi vengono in mente il libri di Cronin, Cechov. Era il medico condotto che prendeva la sua borsa di cose magiche e andava da solo, con solo il suo bagaglio di esperienza, ma con un carico di responsabilità enorme, per andare a curare la gente. Oggi non facciamo un passo se non abbiamo decine di analisi. Quelle erano figure-guida, dedite al prossimo, quasi del filantropi.

 

Il passaggio dai libri di Cronin alla realtà?

L'ingresso all'università in un periodo, il primo decennio degli anni Ottanta, pletorico. Eravamo numeri abnormi. Potevano esserci ottocento persone a seguire un corso. Allo studente di medicina, a quell'epoca, veniva riservata una attenzione minima, i docenti erano sempre pochi, il professore si concedeva davvero graziosamente. Molti luminari che avrebbero dovuto essere le mie guide non li ho mai neppure visti a lezione; sì e no all'esame. Era anche il periodo della Medicina baronale.

 

E dopo la laurea?

Uscivi dall'università che non avevi fatto neanche una endovena. Con questa pressione di responsabilità e di impreparazione affrontavi il primo approccio con l'ospedale che era il punto di arrivo, perché ti sentivi protetto e parte di un team, anche se la tua inadeguatezza era acclarata dai colleghi più anziani che sorridevano delle tue incertezze e da te stesso, consapevole di muoverti come un elefante in una cristalleria.

 

Un approccio comune in quel periodo?

Sì, ma non è così oggi per i giovani studenti che escono da Medicina, sono molto più formati e capaci di come eravamo noi.

 

Il team era tutto in quel periodo, dunque?

Sì, perché il team ha bisogno di te e inizia a insegnarti le cose. Trovi un medico più esperto che ti fa da mentore, fosse anche solo perché pensa di essere aiutato. Ti forma, perché tu possa fargli le “guardie”. Do ut des, insomma; ma non pesa, perché con un mentore inizi ad apprezzare la medicina sul campo. Questo rapporto ti infonde fiducia e allora prendi a studiare con curiosità e piano piano vai verso la terribile fase iniziale del medico giovane che crede molto in se stesso.

 

Un medico presuntuoso

E' una delle caratteristiche del medico, la presunzione. L'altra è l'arroganza. E' il momento in cui ti senti bravo ed è lì che diventi pericoloso. Inizi a non ascoltare, ad essere un giudice severo, soprattutto nei confronti degli anziani. La sopravvalutazione di sé di un inesperto è un fenomeno scientificamente rappresentato dalla curva di Dunning Kruger.

 

Una sorta di delirio di onnipotenza

Fino a quando i pazienti iniziano a non fidarsi di te, ti contestano, cambiano medico. O il paziente che ti fa causa. Tutte queste piccole esperienze negative ti riportano tra i comuni mortali. Questo è davvero un momento pericoloso, perché è allora che il medico inizia a sentire il peso della responsabilità. E' una fase terribile che può portare al burn-out di chi presta le cure, con tutto il bagaglio del vissuto psicologico della sofferenza altrui.

 

Una condizione di stress drammatica

Sì, perché il paziente chiede che gli venga restituita la salute. Tu ci provi, non sempre riesci a risolvere tutto. Questo mix di cose è alla base della depersonalizzazione, di quel rapporto difficile che può allontanare il medico dalla professione.

 

Per questo nel titolo c'è un “non” tra parentesi

Sì, queste sono cose un medico deve sapere, non è tutto camice e ammirazione o la Porsche che ti compri dopo un po' di anni. Alle spalle del medico c'è un vissuto drammatico, anche questa parte del brun-out, consumarsi come una candela nello svolgere la professione.

 

Come ci riappacifica con la professione?

Grazie alla riconoscenza del paziente, ma per quanto mi riguarda grazie alla generosità che ho avuto verso i miei allievi e quello che loro mi hanno riconosciuto dopo. E' la scuola che poi ti fa dire “ne è valsa la pena”

 

Questo libro è un atto di grande affetto nei confronti della professione

Direi proprio di amore, amo questa professione fino in fondo e vorrei trasmettere questa passione ai giovani, senza però nascondere loro cosa c'è dietro.

 

Un esempio personale?

La mia specialità è la Chirurgia oculare pediatrica. Una grande responsabilità, perché ho nelle mie mani il futuro dei bambini che opero. Bene, dopo 38 anni di carriera e 17mila interventi io ho ancora il batticuore ogni volta che entro in sala operatoria. Perché non posso non farmi carico del fatto che ogni genitore mi affida la cosa più preziosa che ha. E' questo il 99% del nostro vissuto quotidiano. Se non c'è amore per la professione e una certa fiducia in se stessi, è uno stress insopportabile.

 

Comunicazione in epoca Covid

I peggiori comunicatori sono stati i medici, ma subito dopo un buon 80% di giornalisti. Ho visto spesso informazione terribilmente distorta. Ci siamo fatti catturare dalla vanità, e ci siamo trovati con virologi che parlavano di epidemiologia, con immunologi iche parlavano di virologia, con epidemiologi che parlavano di rianimazione e di anestesisti e rianimatori che dicevano che la malattia non esisteva. La comunicazione è iniziata male dall'Istituto Superiore della Sanità: ogni giorno sembrava di ascoltare il bollettino dellal guerra in Vietnam.

 

La sua riflessione?

Abbiamo avuto la più grande mortificazione professionale, quella di dover dire ai giovani scartati dall'esagerato numero chiuso a Medicina che stavamo richiamando al lavoro i medici pensionati o che stavano venendo ad aiutarci i medici cubani e albanesi. E' stato mortificante dire a questi giovani, dire alla Nazione, che non avevamo abbastanza medici e li avevamo tenuti fuori noi questi medici. A tutt'oggi non abbiamo abbastanza anestesisti. Tra un po' patire una enorme quantità di medici che mancheranno nelle specializzazioni più importanti.

 

C'è anche il problema dell'alto numero di contenziosi medico-legali

Non c'è professione che sia più sotto la lente di ingrandimento della nostra. Noi medici oggi abbiamo la certezza che nel corso della professione possiamo avere quattro cinque cause legali dalle quali, probabilmente, se ne può uscire bene, ma delle quali dovremo assumere costi, stress e mortificazioni.

 

Possono esserci motivi leciti per dare avvio ad un contenzioso medico-legale

Chi dà via ad una causa lo fa per due ragioni sporchissime. La prima è la vendetta, giusta se si vuole, perché magari quel medico ha ucciso un familiare, ma sempre di vendetta si tratta. La seconda ragione per la quale si fa causa, ed è la più probabile, è per avere soldi facili. Si mette di mezzo un avvocato e si cerca di ottenere la somma più alta possibile. Presto anche in Italia saremo nella stessa situazione devastante degli Stati Uniti.

 

Qual è la condizione devastante degli Stati Uniti?

Che a fronte di un alto tasso di litigiosità, il medico si cautela, a sua discrezione, con la formula “I m'not comfortable with this”. Di fronte al paziente rognoso si dice “Scusi, ma la sua condizione mi mette a disagio, non sono in grado di gestirla”. Questo rappresenterà per i pazienti un pellegrinaggio estenuante e chi si farà carico di loro, alla fine, sarà un medico meno esperto. Questo in America oggi è il quotidiano.

 

C'è una soluzione?

Renderci conto che fare causa ad un medico è come fare causa allo Stato, cioè a noi stessi. E smetterla con la pantomima della legge Gelli per cui l'ospedale, inizialmente chiamato in causa, gestisce alla meglio, a volte risarcendo pur di non aprire un contenzioso, per poi farsi fare causa dalla Corte dei Conti e farsi dare un rimborso dal povero medico in prima linea.

 

Un modo per tutelarsi, prima di arrivare alla causa?

La cosiddetta “medicina difensiva”, facendo fare esami clinici al minimo sintomo, con il risultato di intasare le liste e ritardare i controlli per chi, di esami specialistici, ha davvero bisogno. Se qualcuno con gli attributi non metterà mano alla situazione, ci avviamo ad una deriva pericolosissima. Che pagherà solo il paziente.

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 28 Aprile 2021, 13:27
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