Monica Guerritore presenta Quel che so di lei: «Racconto il primo femminicidio, nel 1911. Da allora non è cambiato nulla»​
di ​Marco Castoro

Monica Guerritore presenta Quel che so di lei: «Racconto il primo femminicidio, nel 1911. Da allora non è cambiato nulla»​

Giulia Trigona viene trovata morta il 2 marzo 1911 in un albergaccio vicino alla stazione Termini. È stata uccisa dal suo amante, al quale aveva concesso un ultimo appuntamento. Un’interprete d’eccezione come Monica Guerritore racconta quel pomeriggio che conduce Giulia alla stanza dove troverà la morte, rivive i momenti fatali che l’hanno portata fin lì. L’attrice-scrittrice lo fa nel libro Quel che so di lei (ed. Longanesi), che presenterà al Teatro della Fortuna di Fano venerdì alle 18.30 in uno dei cinque appuntamenti del festival Passaggi di Natale.

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Perché racconta un femminicidio del 1911?
«In questa storia stiamo parlando di una donna che va incontro al suo assassino. Qui non c’è un uomo che ti uccide nel sonno, ma una donna che va all’incontro con il suo uomo consapevole che lui non possa farle del male».

Dopo oltre un secolo è cambiato il femminicidio?
«Ci sono tanti tipi di femminicidio. Però dal 1911 a oggi non è cambiato nulla dal punto di vista della violenza maschile. Ho scritto il libro per far vedere le tappe percorse dalla protagonista. Le stesse che percorre una donna che perde forza finendo in amori che non sono amori, ma illusioni, solo possesso. Quando la donna si accorge che l’uomo è violento, sgarbato, possessivo, pericoloso, riprende la sua lucidità e dice no. Davanti a quel no alcuni uomini non sanno come rimediare al problema se non eliminarlo, quindi uccidendo».

Quali sono i segnali?
«La donna non riesce a vedere la distinzione tra l’amore e il possesso. Quello che è successo alla contessa Trigona ha l’incipit nella stessa frase che ho ascoltato da Gessica Notaro: “mentre mi aggrediva c’era un solo pensiero nella mia mente, perché succede questo se mi amava”. Le frasi sono le stesse. Come quando una madre dice a una figlia perché lo devi incontrare se l’hai lasciato? Può essere violento, ma lei risponde “non ti preoccupare”. Alle donne dico: l’uomo che hai davanti lo devi vedere con mille occhi: che tipo di sguardo ha, come ti mette le mani addosso, che tipo di presa ha, lo devi capire se è violento o no. A quel punto tante donne hanno paura di uccidere l’idea di amore che portano con sé, che è un amore romantico, con l’abito da sposa, della Bella addormentata. Va benissimo tutto, però state attente. Questo romanzo può aiutare ad aprire gli occhi».

Come combatterlo?
«Insegnando agli esseri umani a commuoversi. Se un ragazzo si forma attraverso i grandi romanzi di formazione: Il cacciatore di aquiloni, Dickens, Canto di Natale, Robinson Crusoe, quei testi che ti fanno fare esperienza e ti commuovi. E se un ragazzo piange per ciò che accade a David Copperfield non diventerà mai un assassino. Si immedesimerà sempre nell’altro essere umano che ha davanti». 

I social contribuiscono a creare violenza?
«C’è l’abitudine alla violenza. Si è anestetizzati, assuefatti nella psiche. Ti viene facile aggredire o uccidere, perché c’è un linguaggio aggressivo e vedi gente che muore in mare. Quanti ne muoiono ogni giorno? Che vuoi che sia una ragazza ammazzata».

Anche a teatro è sul pezzo…
«In teatro recito Bertolt Brecht, che ci spiega perché siamo arrivati a tirare fuori il peggio di noi stessi. Accade perché ci hanno messo uno contro l’altro».
Ultimo aggiornamento: Lunedì 9 Dicembre 2019, 13:26
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