Mario Adinolfi e Il grido dei penultimi nell'Italia del post-Covid. E già scoppia la polemica

Mario Adinolfi e Il grido dei penultimi nell'Italia del post-Covid. E già scoppia la polemica

Di sicuro ha acceso le polemiche sui social, l'ultima con i renziani di Chieti Viva che non hanno gradito la sua presentazione in città il 7 settembre: Il Grido dei Penultimi, l'ultimo libro di Mario Adinolfi, è cucito come un vestito su misura sulle forme extra-large dell'autore. C'è tanto e non si può dire che sia un testo banale, forse per questo scatena passioni forti. Ma alla fine, in realtà, è un libro di storie, di interviste, di racconto del dolore proprio e altrui, di scenari desolanti dell'Italia post-Covid.



I protagonisti, questi silenziosi penultimi che solo un orecchio non ideologico può essere capace di accogliere comprendendone il muto grido, hanno l'accento popolare dell'autore nell'accezione che è insieme sociale e politica. L'accento popolare delle prime pagine ambientate nella Testaccio degli Anni Settanta, tutt'altra dal quartiere romano chic e alla moda di questi Anni Venti, ma anche il tratto politico di chi come Adinolfi si ritiene autentico erede della scuola politica popolare di matrice sturziana.



Il Grido dei Penultimi è libro da social ma anche da talk show, non può che scatenare dibattito con le sue pagine a favore della famiglia naturale, contro il Black lives matter considerato "una moda" con tanto di citazione di Giorgio Gaber (Quando è moda è moda, brano che costò al cantautore milanese molte contestazioni), contro il suicidio assistito e l'eutanasia. Nella "cultura della vita" a cui si affida l'autore c'è in effetti un atto più di fede che di speranza, come scrive Adinolfi nelle pagine più efficaci del libro, quelle in cui si confessa "disperato". Leggere Il Grido dei Penultimi non è stato tempo perso.

Ma le polemiche non potranno che accompagnare questo libro.
Ultimo aggiornamento: Mercoledì 9 Settembre 2020, 17:23
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