Da Alexa a Siri, i pregiudizi dell'intelligenza artificiale

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di Barbara Gubellini

Qualche giorno fa, ero a casa di un’amica che, scherzando, faceva una scenata di gelosia al figlio adolescente: era gelosa di Alexa. “Da quando c’è Alexa in casa, Pietro non chiede più niente a me. Sa tutto Alexa!”, mi ha detto. Ovviamente abbiamo riso. Poi, però, ho pensato: Alexa di Amazon, Cortana di Microsoft, Siri di Apple. Possibile che siano tutte donne i nostri assistenti artificiali? Anche Google Home, che ha un nome neutro, ha comunque una voce femminile.  

 

Ho voluto approfondire e ho scoperto che perfino l’Unesco si era espressa sull’argomento, in un rapporto del 2019. Il fatto è che esiste uno stereotipo che vede la donna incarnare l’aiuto, l’assistenza, l’accoglienza. Siri e Alexa questo fanno: rappresentano “la donna che risponde ai comandi dell’utente”.

 

I colossi informatici che le hanno concepite dicono che sono proprio gli utenti a preferire una voce femminile. Ma l’Unesco mi è sembrata piuttosto allarmata da questa storia degli stereotipi nelle nuove tecnologie che, se alla voce maschile associano il concetto di assistenza, a quella maschile associano invece l’autorevolezza.

 

Mica è giusto, ma accade perché chi sviluppa l’intelligenza artificiale sono tecnici, ingegneri, scienziati in netta maggioranza uomini. La stessa scienza dei dati è per lo più fatta da uomini e finisce che perfino gli algoritmi contengono i famosi “bias” -deviazioni e distorsioni: pregiudizi insomma-.

Io faccio un appello alle giovani donne: iscrivetevi alle facoltà scientifiche se vogliamo che il mondo cambi!

 

 

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Inviata, autrice e conduttrice tv. Da anni realizza reportage di approfondimento su ambiente, sostenibilità e temi sociali. L'argomento che più la appassiona è la parità di genere. E' mamma di due bambini.

 

 


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 22 Settembre 2021, 06:50
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