Omicidio Gabriele Di Ponto, la morte dell'ultrà ordinata dal "Kanum"
di Emilio Orlando

Omicidio Gabriele Di Ponto, la morte dell'ultrà ordinata dal "Kanum"

Giustiziato e fatto a pezzi per non farne ritrovare il cadavere come prescrive il Kanun, il codice consuetudinario scritto sulle montagne dell'Albania, durante il medioevo. Le leggi del trattato che regolano la vendetta nel paese delle aquile parlano chiaro: i tradimenti e le infamità si pagano con il sangue per generazioni.
È una delle piste che gli investigatori che indagano sulla morte di Gabriele Di Ponto, ultrà laziale scomparso nel nulla ad agosto del 2015 quando affiorò parte di una gamba sulle rive dell' Aniene. L'arto venne ricondotto, dalla polizia scientifica e dalla squadra mobile romana, al pluripregiudicato scomparso grazie ad un tatuaggio che lo avvolgeva e recitava ogni giorno e buono per morire e con tatuato accanto il pupazzetto di mister Enrich simbolo degli ultrà. Secondo quando sta emergendo dalle ultime dichiarazione di un confidente della polizia, sembra che i resti del corpo si trovino sparsi dentro alcuni tombini e cunicoli a San Basilio.
Secondo chi indaga, l' orrenda esecuzione sarebbe avvenuta all'interno di alcuni violenti contrasti nati proprio con i calabresi. Il lavoro sporco sarebbe stato commissionato ad alcuni albanesi che insieme alle ndrine gestiscono il narcotraffico ed il lavoro sporco come quelle dei regolamenti di conti armati. Gabriele Di Ponto, personaggio violento e rissoso, avrebbe provato a prendere con la forza una strada dello spaccio dove all'epoca c'erano gli albanesi. Un atto che poteva esser punito solo con il Kanun.


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 22 Gennaio 2020, 09:30
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