Dall’Italia ad Auschwitz, in mostra il volto "italiano" della deportazione. Presentazione live della Fondazione Museo della Shoah di Roma
di Stefania Cigarini

Dall’Italia ad Auschwitz, in mostra il volto "italiano" della deportazione. Presentazione live della Fondazione Museo della Shoah di Roma

Nel Giorno della Memoria, 27 gennaio 2021,  la Fondazione Museo della Shoah di Roma invita - sui propri canali social (alle ore 15)  - alla presentazione in diretta della mostra “Dall’Italia ad Auschwitz” a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger. La mostra, ospitata alla  Casina dei Vallati, via del Portico d'Ottavia 29 a Roma sarà visitabile con la riapertura dei musei (www.musedellashoah.it)

 

L'esposizione descrive la storia delle persone arrestate tra il 1943 e il 1944 nel territorio italiano e deportate nei lager di Auschwitz-Birkenau. Si tratta uomni, donne, bambini di origini ebraiche, spesso interi nuclei familiari, compresi ebrei stranieri che avevano cercato rifugio in Italia ed ebrei italiani che risiedevano nelle isole del Dodecaneso. Grazie alle indagini storiografiche si è scoperto che la deportazione “politica” – nella quasi totalità donne residenti nel territorio dell’Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico) – è ben più consistente rispetto a quella finora conosciuta e che ha riguardato anche un piccolo numero di rom (dato fino ad oggi sconosciuto)

 

La mostra  si apre con un’introduzione sulla storia di Auschwitz-Birkenau dal 1940 al 1943, ovvero del periodo precedente l’arrivo dei primi prigionieri giunti dall’Italia, per poi proseguire con una sala dedicata ai trasporti, dove appaiono volti e numeri dei deportati di ogni convoglio partito dal territorio italiano.

 

 

A parlarcene è uno dei curatori, Marcello Pezzetti tra i massimi studiosi della Shoah.

«La mostra vuole essere uno sguardo su Auschwitz per come l’hanno visto gli italiani che sono stati deportati lì. Abbiamo cercato di mostrare la realtà di quel campo dal momento in cui sono arrivati i primi italiani, quelli della razzia al Ghetto di Roma del 1943. Abbiamo indagato specialmente sui trasporti, quanto ne sono stati fatti, quante persone, le loro caratteristiche. Tutte cifre nuove e un dato inedito, il trasporto di ebrei e politici insieme. Da Trieste per esempio vennero trasportate moltissime donne. Un dato interessante e sconvolgente al tempo stesso».

L’obiettivo della mostra
«Far capire che Auschwitz riguarda tutti. Chiunque visiterà la mostra vivrà una realtà che ha toccato un parente, un genitore, un nonno che ha avuto  che fare con quella realtà, che ha portato quelle persone dall’Italia ad Auschwitz»

 

Cosa l’ha emozionata maggiormente?
«Le storie personali. C’è una “sala dei trasporti” in mostra, l’abbiamo allestita con foto, nomi, dati delle vittime e dei pochi che hanno fatto ritorno. Un gruppo familiare di nove persone dove s’è salvata solo la figlia più piccola. Mamma e figlia catturate, portate ad Auschwitz e da lì ritornerà solo la mamma. Nonna, figlia e nipote non ebree catturate per rappresaglia. Le storie del bambini sono le più toccanti. Sono immagini che devono ferire, dobbiamo sentirci colpiti come se riguardasse noi stessi»

 

La lezione della Shoah, oggi
«Non dobbiamo accettare il minimo segnale razzista o di prevaricazione. La Shoah ci insegna che l’accettazione è una via segnata verso la radicalizzazione. Se si accetta, l’atteggiamento razzista diventerà la normalità»

 

Cosa la preoccupa?
«Gli stessi segnali di prevaricazione e razzismo da parte di chi dovrebbe dare l’esempio, come certi politici. L’affermzaione razzista di un politico è un fatto gravissimo, perché una fetta del pubblico lo imiterà sentendosi giustificato»

 

Il negazionismo
«Mi preoccupa di più la banalizzazione. Non si può paragonare la Shoah al Covid, ma l’atteggiamento mentale della negazione di una realtà che spaventa, banalizzandola come se non fosse così grave, è terribile. Come se un medico trattasse una colica allo stesso modo di un tumore».

 

Il perdono chiesto da Emanuele Filiberto di Savoia
«Una paturnia nobiliare che non regge. Si è rivolto al mondo ebraico senza sapere di cosa stesse parlando. Il perdono non è nelle corde dell’ebraismo, sarebbe come pretendere la vendetta da un cattolico. E soprattutto non si può chiedere perdono in nome di altri. Quello che ha fatto Vittorio Emanuele III, firmando le leggi razziali, è così grave che meriterebbe ben altra riflessione. E poi non doveva utilizzare lo strumento dei media, ma avere un approccio più scientifico e umile. Infine, da cittadino, penso che sia ridicolo nel 2021 rivolgersi in termini da reale agli italiani. Siamo tutti uguali».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 27 Gennaio 2021, 12:11
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