Arrigo Paladini, le SS rimandano l'esecuzione del tenente: «Questo lo ammazziamo domani», ma gli alleati liberano Roma. La Storia drammatica di una vita salva "per caso".
di Stefania Cigarini

Arrigo Paladini, le SS rimandano l'esecuzione del tenente: «Questo lo ammazziamo domani», ma gli alleati liberano Roma.

Per il giovane tenente Arrigo Paladini, la Liberazione di Roma - il 4 giugno 1944 - è una lama di luce abbagliante dopo trentadue giorni di tenebre e torture nell’isolamento in una cella di un metro per due. Poi la vertigine e lo svenimento di fronte ai soldati alleati che hanno appena scoperchiato il calderone di orrore del carcere nazista di via Tasso
 
 

Oggi Roma celebra la sua ennesima rinascita, i 76 anni del riscatto dal dominio nazifascista, anche attraverso la storia del ventitreenne Arrigo, sopravvissuto per fato, e che a via Tasso - una nemesi nonostante gli incubi - tornò da direttore del Museo storico della Liberazione di Roma. Il tenente Paladini (nome di battaglia Eugenio, come quello del padre) avrebbe dovuto essere fucilato il giorno della Liberazione. «Questo lo ammazziamo domani», decreta per lui Herbert Kappler, capo delle SS di via Tasso e pianificatore, con il vice Erich Priebke, del massacro delle Fosse Ardeatine. 

Ma "domani" le SS sono in rotta verso Verona, incalzati dagli Alleati, portandosi dietro i pochi prigionieri in grado di reggersi in piedi e che fucileranno sul ciglio della via Cassia, a La Storta, poco fuori Roma. Tra loro, il sindacalista Bruno Buozzi. Arrigo è intrasportabile per le ferite, lo abbandonano lì. Insieme a lui, a via Tasso, i nazisti lasciano al proprio destino altri derelitti come Giuliano Vassalli, futuro giurista, giudice e Guardasigilli, e Giuseppe Albano, il famigerato Gobbo del Quarticciolo, singolare figura di delinquente abituale impegnato nella lotta di Resistenza. 

L’apprendistato con la guerra e la morte il tenente Paladini lo ha compiuto partecipando alla prima spedizione dell’Armir in Russia come ufficiale d’Artiglieria. L’8 settembre 1943 è a Padova, e vede con i suoi occhi l’orrore dei treni dei deportati e i soldati tedeschi che sparano agli ex commilitoni italiani che, come lui, cercano di passare pagnotte di pane alle mani tese fuori dalle inferriate dei vagoni piombati. La presa di posizione è immediata. Passa le linee clandestinamente e si consegna agli Alleati a Napoli, all’OSS, i servizi segreti statunitensi diretti da Peter Tompkins, che lo incaricano di creare una stazione radio per coordinare l’azione delle bande partigiane e delle forze angloamericane a Roma. Nell’avventura clandestina lo accompagna l’allora fidanzata, Elvira Sabbatini - l’amata Rirì - conosciuta al ginnasio. Entrambi alunni di Pilo Albertelli, martire delle Ardeatine. 

La sua cella di segregazione a via Tasso (la numero due, al secondo piano dell’odierno museo) ancora riporta le dediche graffite, con il chiodo di una scarpa, a Rirì, i versi di Dante e Petrarca (considerati antesignani del patriottismo italiano) e il testamento spirituale quando è ormai convinto che sarà fucilato. Paladini viene tradito da un delatore e arrestato tra il 30 aprile e il primo maggio. Dei suoi interrogatori si occupano personalmente Kappler e Priebke, perché lo considerano una spia del nemico, un prigioniero importante. Ne subisce ventiquattro, ma non concede mai informazioni, ed ogni volta sono percosse e ossa rotte. Alle torture fisiche per Arrigo si aggiungono quelle psicologiche: lo terrorizzarono dicendo che se non avesse parlato avrebbero ucciso suo padre Eugenio, colonnello catturato sui Balcani e deportato nel lager di Meppen.

Appena libero chiede del papà, gli confermano che è morto. Vive nel senso di colpa per cinque lunghi anni, fino a quando, nel 1949 un sopravvissuto a Meppen lo informa che il padre era morto ben prima che i nazisti catturassero lui. Arrigo Paladini (scomparso nel 1991) costruì la propria vita con Rirì, si sposarono a Santa Maria Maggiore nel 1944, ebbero tre figli - Maria Cristina ed Eugenio, insegnanti, e Fabrizio, giornalista - loro stessi insegnarono per oltre trent’anni. Il giardino dei Giusti di Yad Vashem ha un albero a loro nome. «La sua gioia più grande - ricorda il figlio Fabrizio - erano le visite delle scolaresche tedesche al museo di via Tasso. Vedere nei loro occhi l’orrore per quello che era stato compiuto lì e la speranza che le nuove generazioni potessero creare un mondo senza guerre. A noi ha insegnato l’onestà e il rispetto degli altri e delle regole. A me resta la rabbia per le conseguenze che ha patito, il sapere che fino alla morte si svegliava spesso la notte zuppo di sudore per gli incubi che ancora lo rincorrevano». 
Ultimo aggiornamento: Giovedì 4 Giugno 2020, 17:38
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