Coronavirus, Lopalco: «Dati che allarmano, il virus va veloce. Il picco? Ce ne sarà uno in ogni regione»

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di Valentina Arcovio
«Il picco, e di conseguenza l’inizio della fase discendente dell’epidemia, è ancora lontano. Ora la cosa importante è pensare a curare i malati e a evitare che il virus si diffonda velocemente anche in altre parti di Italia oggi ancora poco colpite». Non è affatto stupito l’epidemiologo Pierluigi Lopalco, docente di Igiene all’Università di Pisa, dell’aumento dei casi e dei morti per Covid-19, segnalato dall’ultimo aggiornamento della Protezione civile. I numeri sono drammatici.

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Professore, la situazione sta peggiorando troppo velocemente?
«Lo so che spaventa molto questo bollettino di guerra che puntualmente diffonde la Protezione civile. Ma, se ci pensiamo bene, non possiamo aspettarci grandi cambiamenti da un giorno all’altro. Il picco non ci sarà domani. Ci vorrà ancora diverso tempo prima che la fase calante inizi. Il virus si sta pian piano muovendo ed è normale che i casi risultino sempre più numerosi. Anzi, credo che nel nostro caso, almeno al momento, non dobbiamo più pensare al picco ma concentraci su altro».

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Perché?
«Non serve a nulla pensare al picco. Ora vi spiego il perché: il picco è quella parte della curva dopo la quale inizia la diminuzione dei casi; il fatto che l’Italia sia un paese grande, lungo e stretto, interessato da più di un focolaio epidemico, rende difficile osservare un solo picco, cioè una sola curva di crescita. Infatti, abbiamo osservato il picco a Codogno, il picco nella zona del Lodigiano, dove i nuovi contagi si sono ridotti un po’ naturalmente e un po’ per le misure prese. Ma da questo focolaio ne sono venuti fuori altri e ognuno di questi avrà dei picchi. Solo alla fine potremo vedere quale sarà la forma complessiva della curva dell’epidemia in Italia. Quello che possiamo dire al momento è che sembra crescere in modo molto ripido».

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Si può arrestare o quantomeno rallentare la crescita di questa curva?
«Sì, possiamo farlo solo se ogni cittadino italiano farà la sua parte. Immaginate il virus come un incendio: più paglia trova sulla sua strada, più il fuoco si propaga. Noi dobbiamo quindi togliere di mezzo questa paglia e lo possiamo fare solo stando a casa. Siamo infatti noi ad alimentare la sua diffusione con comportamenti francamente irresponsabili e per certi versi incomprensibili».

Concorda con la richiesta di misure ancora più stringenti da parte della Lombardia e del Veneto?
«Capisco che sono regioni davvero molto provate dalla situazione. Credo che sia assurdo che gli italiani non riescano a capire una cosa così semplice: va bene uscire e andare a lavorare, ma poi bisogna rientrare e rimanere in casa. Punto. Basta dover ripetere sempre le stesse cose. È un sacrificio che bisogna fare per qualche settimana. Ora abbiamo bisogno di concentrarci sui malati, bisogna prendersi cura di loro e pensare che il nostro sistema sanitario rischia di non farcela. Evitiamo di arrivare al punto in cui gli ospedali non potranno prendersi cura di tutti i malati».
 


Le altre regioni, specialmente quelle del Sud, si stanno preparando a un eventuale focolaio come quello lombardo?
«Come responsabile della task force istituita dalla Regione Puglia per coordinare le azioni in relazione all’emergenza Covid-19, sì. In questo momento in Puglia ci sono pochi casi e ci stiamo preparando a un eventuale ondata liberando il più possibile gli ospedali. Ma so che altre regioni, come la Calabria, sono davvero molto preoccupate. Per questo dobbiamo fare di tutto per evitare che il virus corra velocemente qui in fondo allo Stivale».

Ora che per l’Organizzazione mondiale della sanità Covid-19 è ufficialmente pandemia, cosa cambia?
«A noi in Italia proprio nulla. È solo una misura attesa dall’Oms, che le consente di avere più margine per aiutare i paesi maggiormente in difficoltà. In tutto questo la cosa più scandalosa è la completa e criminale assenza dell’Europa».
Ultimo aggiornamento: Venerdì 13 Marzo 2020, 08:43
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