Paolo Fresu con Tango Macondo al Carcano: «Tornare su un palco, ho i brividi»
di Ferruccio Gattuso

Paolo Fresu con Tango Macondo al Carcano: «Tornare su un palco, ho i brividi»

 Geografia fisica, della memoria e dei suoni. Nella mappa interiore di Paolo Fresu c’è tutto questo, quando si parla della sua terra, la Sardegna, ma anche delle altre che gli sono rimaste addosso. Terre che non è detto debbano per forza esistere. Come Macondo, il paese sognato da Garcia Marquez, coinvolto in una storia che parte da Mamoiada, il paese in Barbagia del leggendario Carnevale e delle sue maschere grottesche. Tutto questo vibra in Tango Macondo che Fresu e il suo ensemble portano in scena da oggi al Teatro Carcano.

Come nasce Tango Macondo? «Tre anni fa un mio progetto su Baker con il Teatro Stabile di Bolzano fu una scommessa vinta. Volevo ripeterla con una storia che partisse dalla Sardegna e giungesse in Argentina. La prima ispirazione fu il romanzo di Giovanni Maria Bellu L’uomo che volle essere Peròn, ma era troppo difficile da adattare. Ho virato su Salvatore Niffoi, e il suo Il venditore di metafore».

Racconto e concerto: cosa avviene sul palco?

«La storia è quella di Matoforu, che con la sua amata cantatrice Anzelina Bisocciu si guadagnava da vivere vendendo metafore. Tra Sardegna e Argentina il racconto unisce realismo magico e tragedia». Lei ci mette la musica. «Insieme agli attori e cantanti Ugo Dighero, Rosannna Naddeo e Paolo Li Volsi e a quattro ballerini, ci siamo io alla tromba, Daniele di Bonaventura al bandoneon e Pierpaolo Vacca all’organetto sardo. Mi piace pensare che bandoneon e organetto rappresentino le due terre narrate, e la voce della mia tromba sia l’oceano che le collega».

Da questa colonna sonora verrà tratto un album?

«È uscito da pochi giorni. Dodici brani, in tre dei quali duetto con le voci di tre straordinarie artiste come Elisa, Tosca e Malika Ayane».

Milano, il jazz e Fresu: storia di una lunga relazione.

«Sono appena stato in Conservatorio per JazzMi, il mio primo concerto al chiuso dopo tanto tempo: sentire quegli applausi mi ha fatto venire i brividi. Il mio rapporto con Milano risale agli anni ‘80, quando venivo a suonare al mitico Capolinea. Tornavo in Sardegna, e gli amici mi chiedevano quando sarei ripartito per il continente: loro, ben prima di quando ne avessi preso coscienza io, avevano capito che ero diventato un professionista. Di Milano non posso non ricordare anche un grande musicista e grande uomo come Franco Cerri: un vero signore nei rapporti umani».

Dal 2 al 7 novembre. Corso di Porta Romana, 63. Orari diversi. Biglietti 38/17 euro riproduzione riservata


Ultimo aggiornamento: Martedì 2 Novembre 2021, 06:20
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