Milano choc. «Andiamo a pestare un nero», il manifesto degli studenti “suprematisti bianchi“
di Giammarco Oberto

Milano choc. «Andiamo a pestare un nero», il manifesto degli studenti “suprematisti bianchi“

Il manifesto choc degli studenti "suprematisti bianch"

La povertà ideologica è già tutta in un dialogo tra padre e figlio, riportato nell’ordinanza del gip. Parlano di una Walther P38, la pistola prodotta nella Germania nazista. Dice il padre: «Ti verrà data quando piglierai il porto d’armi, naturalmente per usarla con i comunisti, i negri e i froci». Entrambi ridono, il tono è scherzoso sottolineano gli inquirenti - ma la battuta «ben esprime le idee politiche e il sentire ideologico» trasmesso dal genitore. Che è il papà del “Comandante G”, il nome di battaglia scelto da questo 20enne - definito dai magistrati «di buona famiglia» - considerato il leader del gruppo smantellato ieri dalla Digos a Milano.

 

SUPREMATISTI BIANCHI. Quattro studenti, due ventenni e due di 21 anni: si erano autodenominati “A.R. Avanguardia Rivoluzionaria” e, ispirandosi ai gruppi suprematisti americani, avevano un sogno: l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale di matrice nazi-fascista. E stavano pianificando un’azione eclatante, con i fine di «creare caos» e arrivare alla «rigenerazione di una dittatura»: il violento pestaggio ai danni di un uomo di origine straniera e religione musulmana, frequentatore di centri sociali. L’obiettivo era già stato identificato, ma la polizia è arrivata prima. E ha trovato mazze, manganelli, passamontagna, oltre a materiale propagandistico e foto di Hitler e Mussolini.

 

L’INCHIESTA. I quattro sono tutti indagati per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione etnica e religiosa. Gli agenti della Digos, coordinati dal capo dell’Antiterrorismo Alberto Nobili e da Enrico Pavone, hanno eseguito a Milano e Trieste (dove due degli indagati frequentano la Facoltà di Scienze Politiche) le misure restrittive della libertà personale: i quattro “suprematisti bianchi” sono stati sottoposti all’obbligo di dimora e di firma quotidiana in un commissariato.

 

NOMI DI BATTAGLIA. Tutti e quattro avevano scelto nomi di battaglia: oltre al Comandante G, ci sono comandante il Maggiore Volpi, a cui sono affidati il coordinamento delle azioni dei militi e la gestione del fondo cassa, il capo nucleo Breivik, dal nome del neonazista norvegese responsabile dell’eccidio di Utoya nel luglio 2011: ha ruoli operativi nell’organizzazione; e poi il milite Zuch, che deve formare e radicalizzare i militanti.

 

L’ARRUOLAMENTO. Rigidi i criteri di selezione degli associati. È tutto contenuto nel documento rinvenuto dalla Digos durante le perquisizioni: fisico prestante, conoscenze di tecniche di combattimento corpo a corpo di base, un’età non superiore ai 25 e non inferiore ai 16 anni,buona conoscenza della storia fascista e nazionalsocialista. E poi: ottima padronanza dell’italiano, se connazionale; buona conoscenza dell’inglese, se straniero; grande volontà di lotta: fede e fanatismo dell’idea; comportamento disciplinato, rispettoso ed educato; stile di vita sano, droghe vietate.

 

IL GIURAMENTO. Una volta passata la selezione, c’era il giuramento. Che recitava così: «Solennemente giuro di essere devoto all’idea, di essere fedele ad avanguardia rivoluzionaria e di affidare la mia vita ai miei camerati, i quali allo stesso modo si affidano a me: così, giuro di lottare senza riserva alcuna per essi e per l’idea che ho abbracciato».

 

RETE INTERNAZIONALE. Deliri? No, assicura il capo del pool antiterrorismo Nobili: «Non facevano due chiacchiere, non sono dei fuori di testa, proprio no - ha detto il magistrato - stavano cercando di costruire una rete nazionale e con collegamenti internazionali». Da quanto emerso il gruppo avrebbe voluto entrare nel mercato della droga e delle armi, ma solo con scopo di autofinanziamento.


Ultimo aggiornamento: Sabato 3 Luglio 2021, 14:48
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