Coronavirus Lombardia, 161 morti per covid-19 e ricoveri ancora in calo. L'assessore: «Trend confortante». A Bergamo 600 nati durante l'epidemia

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Coronavirus in Lombardia, i dati di morti e contagi di oggi 22 aprile 2020. L'andamento nazionale riprende per gran parte la progressione della Lombardia che mostra una crescita nel numero dei casi, 1.161 in più contro i 960 di un giorno fa, e registra 161 morti. Sono 34 in meno i pazienti in terapia intensiva e 113 in meno i ricoverati con sintomi. 736 le persone dimesse o guarite

Coronavirus in Italia, i dati aggiornati di oggi: contagi e numero di vittime

 

 

In Lombardia ci sono stati da ieri 161 nuovi morti, in calo dai 203 di ieri. Calano ancora i ricoveri, secondo i dati della Regione: in terapia intensiva si liberano 34 posti per un totale di 817 occupati, in ospedale se ne liberano 113. I dimessi rispetto a ieri sono 736.

MILANO CITTA'
Non si ferma la curva dei contagi a Milano e provincia. Sono positivo al coronavirus da ieri 480 persone in più, per un totale di 17mila contagiati. A Milano città ci sono 161 nuovi casi secondo gli ultimi dati della Regione Lombardia . A Bergamo e Brescia il rialzo è sempre contenuto: +60 nella prima e +100 nuovi casi nella seconda. Cremona cresce di 65, Pavia di 93 e Lodi di 36 positivi.

«Da 18 giorni c'è una costante riduzione dei ricoveri e questo conferma il trend epidemiologico in calo»: così ha trovato in online Facebook l'assessore al lavoro della Lombardia Melania Rizzoli, che è anche medico. «Questo - ha avvisato - non vuol dire che dobbiamo abbassare l'attenzione ma è un dato che ci conforta e ci incoraggia nelle nostre misure».


«Mi pare chiaro che l'anno è chiuso, sicuramente non ci sarà nella regione Lombardia il luogoro a scuola »: è quanto ha detto l'assessore all'Istruzione della Regione LombardiaMelania Rizzoli, aggiungendo che le scuole «hanno riaprire tutte lo stesso giorno a settembre». Rizzoli ha ricordato che «ci sono cose che vanno d'accordo con il ministro» a partire «dalle modalità di svolgimento degli esami, come quello della maturità» e «ancora non sappiamo come arrivare a settembre, se con protezioni specifiche e distinzione». E prima «c'è il problema di sistemare i ragazzi, quasi tutte le famiglie ci chiediamo come fare se lunedì 4 maggio torneranno al lavoro». «Speriamo di incontrare il ministro Azzolina in settimana o al massimo la prossima perchè non vogliamo farci trovare impreparati», ha concluso Rizzoli.

IL CASO BERGAMO
Ma dalla Lombardia arrivano anche notizie di altro tenore. Dall'inizio dell'epidemia, all'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, sono già quasi 600 i bimbi venuti al mondo, di cui 25 da mamme malate di Covid. «Nella città dove si è registrato un boom di contagi e decessi si è cercato di preservare la naturalità del momento della nascita, con parto spontaneo, papà in sala parto e allattamento al seno». A raccontarlo all'Ansa è Giovanna Mangili, che dirige il reparto di Neonatologia e Terapia intensiva neonatale, del primo primo ospedale in Italia per numero di bimbi nati da mamme positive al Covid. Nel reparto in cui la dottoressa lavora da 30 anni e che dirige da 10, il primo neonato positivo al Sars-Cov-2 è arrivato il 2 marzo e aveva 20 giorni di vita. «Siamo stati i primi ad avere un bimbo infetto così piccolo in Italia. Da allora ne abbiamo altri 6 e nessuno ha avuto forme gravi. Ma all'inizio però non potevamo saperlo». Quarto punto nascita in Italia e il secondo in Lombardia, all'ospedale di Bergamo nascono quasi 4.000 neonati l'anno. Un ritmo mantenuto anche in tempi di pandemia, con oltre 323 nascite solo a marzo e 585 dal 23 febbraio, giorno del primo caso Covid ad Alzano, nella bergamasca. «I pazienti adulti con problemi respiratori che arrivavano in pronto soccorso - racconta Mangili - erano un numero spropositato, le terapie intensive tutte piene e l'intero presidio ospedaliero smobilitato, con punte dell'80% dei ricoverati che erano pazienti Covid. È un'esperienza che si è abbattuta come un cataclisma sulla città e che nessuno, al di fuori dei bergamaschi può fino in fondo capire». Nonostante il dramma che li circondava, ginecologi, neonatologi, ostetriche e infermieri hanno continuato a lavorare a pieno regime. Il personale è stato subito addestrato all'uso di materiale di protezione, le visite dei parenti drasticamente ridotte e sono stati creati percorsi ad hoc, con sale parto e sale degenza dedicate. «Temevamo il peggio. Finora - prosegue Mangili - abbiamo avuto 25 mamme con Sars-Cov-2, siamo stati l'ospedale con il numero più alto in Italia. La maggior parte era in buone condizioni». Tutti negativi al tampone, invece, i nati da mamme positive, tranne uno. A tutti è stata garantita una nascita il più possibile naturale. «Ad eccezione di 5 casi, le donne hanno avuto parto spontaneo, diversamente da quanto è stato fatto in Cina, dove le mamme Covid incluse negli studi erano state sottoposte a cesareo». E, ancora, garantita la presenza del papà in sala parto, il bimbo in camera con la mamma in regime di rooming-in per favorire l'allattamento al seno e poi dimesso con lei, ma con tutte le precauzioni del caso. «Questo aspetto poteva esser rischioso, ma stiamo seguendo tutti i dimessi ripetendo i tamponi. E finora, a 30 giorni dal parto, non abbiamo avuto nessuna positività. Il che vuol dire che le mamme sono state attente e sono state ben istruite su come proteggere i propri bimbi». Tutto questo, aveva descritto Mangili su Pediatria, il magazine della Società Italiana di Pediatria (Sip), «ha fatto di noi una sorta di isola 'felice' nella tempesta che ha sconvolto la città»


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 22 Aprile 2020, 19:08
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