Alex Britti: «Ho scoperto quello che conta grazie all’amore per mio figlio»
di Rita Vecchio

Alex Britti: «Ho scoperto quello che conta grazie all’amore per mio figlio»

«C’è un momento per tutto nella vita. Anche quello in cui si ha voglia di ritrovare se stessi. Io lo faccio oggi con un viaggio musicale che torna alle origini ma con l’esperienza di 25 anni di carriera». Così il jazz e il blues di Alex Britti - da poco uscito con il libro “Strade. Una vita con la chitarra in spalla” - suoneranno al Teatro dal Verme di Milano mercoledì 27 ottobre, chiudendo le date del tour all’interno di JazzMi, la rassegna jazz che fino al 31 ottobre infittisce il calendario di 200 eventi diffusi in sessanta spazi milanesi. Sul palco, il trombettista Flavio Boltro per un quintetto jazz che darà spazio al repertorio inedito strumentale di Britti e della sua chitarra, insieme a brani pop riarrangiati e meno conosciuti. «Ho uno stato d’animo differente. A trent’anni fai delle cose, mano a mano ci si rinnova, si cresce, si cambia».

Da cosa nasce questa necessità?

«Da un’urgenza interiore. Mi sono fermato con la nascita di mio figlio Edoardo. Sono un papà molto presente. Ci gioco tanto. Edoardo mi fa tornare in mente le cose che contano, l’amore, l’affetto per le persone care. Così come è il jazz: Kind of blue o Seven Steps to Heaven di Miles Davis sono parenti per me».

Un altro Britti?

«Un altro stato d’animo. Nella musica, cerco di spingermi oltre. Anche oltre il commercio. Spesso ti chiedono di fare i dischi uguali. Io so cosa suonare e cosa non suonare. Avevo voglia di essere più musicista che artista pop. In concerto saremo un quintetto che ha la bellezza di suonare insieme. Flavio Boltro è un gigante, un fuoriclasse. Ma anche gli altri, Puccio Panettieri, Emanuele Brignola, Davide Sambrotta».

Scaletta?

«La deciderò sul palco. Ci sarà improvvisazione, tanto interplay. Spazierò. Come quando ascolto. Mischio e non scarto nulla, Freddie King, Miles Davis, Dark Polo Gang e Salmo».

Lui è stato criticato per il live a sorpresa.

«Un polverone per nulla. Hanno criticato, ma c’erano assembramenti ovunque, pure in campagna elettorale. Pensiamo agli Europei della scorsa estate, dove a ogni gol ci si abbracciava. Non si può essere incoerenti».

Sanremo?

«Non so. Si è staccato, per fortuna, dal cliché della canzone d’amore che vince il festival. Adesso c’è più spazio per tutti. Dalla trap di Soldi al rock dei Måneskin».

Ci ritrova qualcosa di se stesso?

«Non molto. Loro più personaggi, più glam, più dipendenti dal look, alla David Bowie anni ’70. Io alla loro età facevo blues, jazz, sintonizzato su un’altra frequenza. Mi piacciono, sono positivi, simpatici. Da Madame a Blanco, sono contento del successo dei giovani della nuova scena».

Dopo il tour?

«La scrittura del disco».


Ultimo aggiornamento: Lunedì 25 Ottobre 2021, 06:00
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