Imane, il giallo del cobalto ionizzato: il veleno che svanisce
di Claudia Guasco

Imane Fadil, il giallo del cobalto ionizzato: il veleno che svanisce

Qualche settimana prima di morire, Imane Fadil è stata contaminata dal cobalto ionizzato, che è altamente radioattivo ma decade. Cioè svanisce progressivamente e questo spiegherebbe come mai, nel corpo della supertestimone dei processi Ruby, sono stati trovati solo 0,7 microgrammi per litro, quando il livello di tossicità del cobalto è 40. Ma nel frattempo il veleno aveva già fatto il suo lavoro e il primo marzo la modella è morta tra dolori terribili causati dal decadimento degli organi in un letto dell'Humanitas. È questa la pista seguita dagli investigatori che indagano per omicidio volontario e decisiva sarà l'autopsia che sarò svolta in settimana, alla presenza di un pool di esperti guidati dall'anatomopatologa Cristina Cattaneo che si è occupata anche dell'assassinio di Yara Gambirasio, Lidia Macchi ed Elisa Claps. Per ora il corpo della giovane marocchina è all'obitorio di via Gorini, con divieto assoluto di avvicinarsi. «Non farla vedere a nessuno», è scritto a mano sul fascicolo della camera mortuaria.

Imane Fadil, l'ordine del pm: «Nessuno deve vedere il cadavere»
 
 


OLGETTINE IN PROCURA
L'ordine arriva dalla procura, che per prudenza non ha permesso nemmeno alla sua famiglia di rivederla. Il sospetto di radioattività, infatti, ha fatto scattare la procedura d'emergenza in attesa degli esiti definitivi di un test su campioni biologici: il quadro clinico della modella trentaquattrenne è compatibile con la morte per avvelenamento e il cobalto ionizzato è una sostanza radiante. Imane è risultata negativa anche ai test sui veleni più comuni, rilevano gli esami effettuati dal centro specializzato di Niguarda, e dunque dopo aver escluso il lupus e la presenza di veleni comuni compreso l'arsenico gli esperti cercano sostanze radioattive. È un tipo di prelievo effettuato con un ago dal diametro di uno o due centimetri e il materiale aspirato viene depositato in contenitori schermati poi trasportati in laboratori speciali e trattato dai medici con camici e maschere piombati. È la stessa tecnica utilizzata per le autopsie effettuate sui militari italiani che si sono ammalati in Bosnia a causa dell'uranio impoverito. Intanto il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio continuano ad ascoltare i testimoni del caso. Hanno convocato in procura i medici, gli infermieri e il personale della clinica di Rozzano dove Imane è morta - resta da chiarire anche la versione discordanti tra procura e ospedale sui tempi di comunicazione del decesso - e poi i parenti, gli amici e anche alcune delle ragazze del bunga bunga ospiti di Arcore, persone che la giovane ha citato nei suoi verbali o che ha chiamato in causa in aula durante i processi sulle feste a luci rosse nella residenza di Silvio Berlusconi. I faldoni delle inchieste Ruby vengono riaperti, vecchi scheletri escono dall'armadio.
 


LA NUOVA VITA IN CAMPAGNA
Imane Fadil aveva paura, era preoccupata, temeva di essere uccisa ed è stata lei per prima a dire al fratello che era veleno ciò che la stava consumando. La famiglia le è stata accanto fino alla fine, sempre presente. I quattro fratelli l'hanno assistita nel mese di agonia all'Humanitas e hanno raccolto i suoi timori di essere uccisa quando i medici hanno cominciato a scartare una diagnosi dopo l'altra. Dapprima hanno pensato alla leptospirosi, malattia che si contrae anche venendo a contatto con l'urina dei topi. La giovane viveva in una cascina accanto all'abbazia di Chiaravalle, alle porte di Milano: un edificio fatiscente, dove ad alcune finestre mancano i vetri e sono stati messi cartoni a tappare i buchi. È immersa nei campi, circondata da alcuni fossi dove circolano i topi, ma Imane - racconta che le stava vicino - aveva un progetto: racimolare un po' di soldi per rimettere a posto la casa e ricominciare una nuova vita. «Le piaceva l'idea di vivere in campagna, in un posto tranquillo. E a due passi dal santuario di Chiaravalle, per pregare e andare a messa». I vicini la ricordano come una donna tormentata, che non si dava pace. «Era consumata. Non era più lei», la ricorda l'amico Dj Ben.
 
Lunedì 18 Marzo 2019, 07:37
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