La prima linea/ In difesa dell’anziano che combatte

Questo stramaledetto virus, come ogni altro malanno trasmettibile da uomo a uomo, sta tirando fuori il meglio di noi (volontà di rendersi utili, di fare qualcosa per gli altri, oltre che per se stessi) ma anche il peggio. Ed è giusto rendersene conto. Come definire, infatti, l’atteggiamento nei confronti degli anziani?
Quell’alzata di spalle generalizzata, quel gesto che vuol dire «era nel conto», quando a morire di contagio in questi giorni sono i “vecchi”? Vecchi che – i gerontologi lo hanno chiarito di recente – sono al massimo da considerare anziani con non poca vita davanti a loro? È giusto preoccuparsi dei giovani e dei bambini, ma non si può accettare in una società che si dice civile, questa rassegnazione, che sconfina nel cinico disinteresse, per gli anziani. O peggio, questo considerarli già mezzi morti e perciò una categoria che fa bene a fare un po’ di posto ai nuovi arrivati sulla terra.

E poi – questo si pensa, mi dispiace dirlo, ma va detto – perché spendere soldi e tenere occupati posti preziosi negli ospedali per esseri umani avviati al tramonto? Mi hanno portato a riflettere su questo i ragionamenti ascoltati in questi giorni, gli articoli che ho letto sui giornali, i dibattiti che ho seguito in tv. Certo, con i miei settantaquattro anni, sono parte in causa, e perciò partigiano. Ma tutto posso pensare riguardo me stesso tranne che considerarmi vicino al capolinea. 
Ricordo a chi, giovane o non ancora anziano, che siamo noi approdati alla cosiddetta terza età a sostenere buona parte del Pil, che siamo noi anziani a tenere in piedi la baracca, con le nostre pensioni che servono ad aiutare figli e nipoti, e con le quali facciamo le nostre brave spese, facendo circolare valuta. Per non dire del patrimonio di conoscenza e di esperienze di cui siamo portatori. 

Quando muore una persona, si dice giustamente che sparisce una parte del mondo. È giusto aggiungere che quando muore un anziano o una vanziana, va perduta un’intera biblioteca, piena di storie, di insegnamenti, di spunti, e di preziosi insegnamenti. Il distillato di una vita. Riprendendo un verso del poeta religioso John Donne, Ernest Hemingway intitolò un suo celebre romanzo “Per chi suona la campana”. Titolo con il quale volle esaltare un concetto che, oggi, in questo andare a tentoni nel dramma del coronavirus, dovrebbe essere all’attenzione di tutti: «Non chiederti mai per chi suoni la campana. Essa suona anche per te».

I mesti rintocchi quando salutano il congedo finale di un’esistenza, ci ricordano che qualcosa di irrimediabile è accaduto, anche quando si tratta di una persona non più giovane. Non ci può essere, come in questi giorni, un atteggiamento di rassegnata ragionevolezza – che, di fatto, è cinismo – sulla morte per contagio dei più anziani. Un antico e tra i più significativi miti dovrebbe ricordarcelo. Quando Troia viene espugnata dagli Achei, quando la città è divorata dalle fiamme, Enea riesce a fuggire, portandosi dietro il figlio Ascanio e, sulle spalle, il padre Anchise (Creusa, la moglie, non riesce a farcela). Enea non lascia lì, tra le fiamme, il vecchio padre, perché “tanto, ormai, ne ha per poco”. 

No, se lo carica sulle spalle, e con lui continua a guardare avanti, ad andare oltre, a lui dà amore e conforto, e da lui riceve – è da immaginare – oltre che la benedizione, i giusti consigli. Non sono gladiatori da buttare via, i non più giovani. Magari sono un po’ stanchi, magari hanno qualche acciacco, ma sono ancora lì, sulla breccia pronti a combattere. 
E ad esercitare un ruolo prezioso. Guardiamoci intorno. Quanti gladiatori ancora arrivi o in pensione – ed è giusto chiamarli così, anche quando le persone anziane sono donne – portano in giro le loro cicatrici, i loro drammi e le loro umane, umanissime soddisfazioni? Non è giusto considerarli un pasto scontato per questo stramaledetto virus. 

Ultimo aggiornamento: Venerdì 28 Febbraio 2020, 00:36
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