Lo senti questo vocale? Dalla radio al navigatore, dai podcast ai messaggi fino ad Alexa: oggi è la festa della voce
di Mario Fabbroni

Lo senti questo vocale? Dalla radio al navigatore, dai podcast ai messaggi fino ad Alexa: oggi è la festa della voce

In principio era la radio, poi ecco i giganti dell’ugola che hanno incantato il pianeta: Frank Sinatra (che per tutti è diventato semplicemente “the Voice”), Barry White, Aretha Franklin, Freddie Mercury, Whitney Houston, Stevie Wonder, Mina, Elvis Presley, una fantastica Etta James ma anche le contemporanee interpreti Adele e Beyoncè. 


La “voce” oggi festeggia la sua Giornata mondiale e diventa ancora più indispensabile e diffusa perché oramai colonna portante della rivoluzione digitale. Modernissima. E anche discussa. Basti pensare ai messaggi vocali, croce e delizia (soprattutto su WhatsApp) per milioni di italiani tanto da creare due opposti schieramenti: quelli che non ne possono fare più a meno e coloro che li odiano al punto da non ascoltarli neppure.

 

Festa della voce, Greg: «I messaggi vocali? Li faccio quando ho le mani occupate, ma sono sintetico sennò annoio»

 

Festa della voce, Riccardo Rossi: «Odio i messaggi vocali, viva le telefonate»

 

Ma la voce significa anche il navigatore senza del quale, oramai, in auto non sappiamo più dove andare. Ricordate lo stupore di Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” quando scoprono al bar «la signorina del navigatore?». Da quel momento in poi (il film citato è uscito soltanto nel 1997) ne ha fatta di strada la voce digitale al servizio di ogni essere umano. È entrata in pianta stabile negli smartphone sottoforma di assistenti vocali come Siri e Hey Google, quindi ha conquistato le case con gli italiani che hanno fatto incetta di Alexa specie durante il lockdown.

 

Oggi è sufficiente “parlare” per aprire infinite possibilità: puntare la sveglia, consultare le notizie, scoprire il meteo del giorno ma anche accendere la televisione, alzare le tapparelle, azionare l’antifurto o illuminare una stanza. Il 2021, poi, è l’anno di Clubhouse, la rete sociale in cui le interazioni avvengono appunto tramite il solo utilizzo della voce. 
«Eppure la tecnologia non potrà mai sostituire l’interazione con la persona, semmai ne aumenta le potenzialità», dice Piergiorgio Vittori, manager di Spitch, azienda specializzata in servizi vocali. La voce, prima di tutto.

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Greg: «I messaggi vocali? Li faccio quando ho le mani occupate, ma sono sintetico sennò annoio»

 

Claudio “Greg” Gregori (foto, sopra) preferisce inviare messaggi vocali o scritti? 
«Dipende se ho le mani occupate o meno. Con i vocali sono sintetico».


E quando li riceve?
«Meglio sms Scritti. Molti nei vocali tendono a dilungarsi e non puoi mandare avanti il messaggio velocemente per arrivare al punto. L’ascolto implica un certo tipo di attenzione, che non è possibile in tutti i contesti, a me capita pressoché sempre di riceverli quando sono in situazioni nelle quali l’ascolto è complicato o l’ambiente è rumoroso». 


I vocali fanno più “compagnia” in epoca Covid? 
«No, i messaggi vanno bene comunque. Se vuoi sentire la voce di qualcuno, allora telefoni».

 

 

 

Riccardo Rossi: «Odio i messaggi vocali, viva le telefonate»

 

«Riccardo Rossi (foto, sopra), usa i messaggi vocali?
«Li odio, perché non danno diritto di replica». 


Meglio una telefonata? 
«Certo, ma l’uso del telefono si è perso. Anche quello del citofono. Ci sono persone che mandano messaggi per dirti che sono sotto casa tua. Non ha senso. Citofona! Gli insegnanti di scuole medie e primi anni di superiori dicono che i ragazzi non sanno più esprimersi e spesso, infatti, si vedono seduti vicini, a guardare i social gli uni degli altri. Non si parlano». 


Neppure sul lavoro i vocali possono essere utili?
«Se si fa una telefonata, si chiarisce tutto prima. Per fare pace, magari, “una lettera non arrossisce”: allora si scrive. Prima erano lettere, oggi sono messaggi». 

 

(Interviste di Valeria Arnaldi)


Ultimo aggiornamento: Sabato 17 Aprile 2021, 13:33
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