Addio Camilleri, «Un uomo semplice, amava la sua terra. Anche da cieco non si è mai arreso»
di Totò Rizzo

«Un uomo semplice, amava la sua terra. Anche da cieco non si è mai arreso»

Quasi ci scherzava, Andrea Camilleri, sul fatto che avrebbe potuto chiudere gli occhi per sempre nella sua isola e proprio nel suo paese, Porto Empedocle, in quell'afosa sera di settembre del 1986. Entra a bere un whisky al Bar Albanese, in via Roma, affollati tavolini lungo il marciapiedi, e si ritrova in mezzo a un crepitio di mitragliette. Imprudente, si spinge sull'uscio, il tempo di vedere i killer in fuga e di contare i morti (sei: un boss, il figlio del boss, due guardaspalle e due innocenti avventori) e i feriti (una decina). Non c'è riuscito nemmeno stavolta a regalare l'ultimo respiro a Porto Empedocle che forse non accoglierà nemmeno le sue spoglie (tumulate a Roma o in Toscana, dove Nené e la moglie Rosetta avevano una casa di campagna). La vecchia dimora dei nonni nel paese natale è andata distrutta dall'abbandono, in attesa perpetua di restauro per farci una fondazione: resta il rudere, al Piano Lanterna.
Eppure l'amava ancora tantissimo, la sua terra, Camilleri, ne era profondamente intriso come gli scrittori nati in questa provincia agrigentina prima di lui, da Pirandello a Sciascia. Ma al contrario di quelli, pur tardivamente, su insistenza di Elvira Sellerio che scovò nei cassetti i fogli che si sarebbero trasformati in uno dei più grandi successi letterari internazionali degli ultimi 25 anni, la sua isola, traslata nella Vigata di Montalbano, era quasi diversa, non c'erano necessariamente psicologie complesse né capitani di polizia contro mafiosi, c'erano albe e tramonti per grandi bracciate sul mare, piacere del cibo, una provincia non sempre sana perché comunque, tra un morto e un aspirante morto, un po' da fare bisognava pur darglielo, a Montalbano, una lingua che presto s'è fatta modo di dire, un personaggio amato anche per le sue imperfezioni in ogni continente: insomma, un'isola-icona.
La Sicilia lasciata per Roma a fine anni 40 e da lì l'avventura del teatro, l'Accademia d'Arte Drammatica da allievo prima e da insegnante poi, le regie per la scena, il lavoro trentennale in Rai (abitava in via Asiago, accanto agli storici studi della radio) e la scrittura sempre coltivata ma svelata al pubblico in un radioso far della sera anagrafico ed esplosa in fenomeno, la passione per la narrazione, il gusto dell'affabulare. Tutto in un uomo semplice fino alla fine, cieco da un po' («ma vedo più chiaro di prima»), che accettava volentieri le tue spalle per appoggiarvi con delicatezza le mani per passare dal suo studiolo al soggiorno, che faceva finta di non sentire che no, dare solo tre boccate alla sigaretta per poi accenderne subito un'altra non voleva dire fumare di meno. Un universo privato difeso anche quando piombò la popolarità planetaria o si trasformò, suo malgrado, in un oracolo autorevole ma non inclemente: tre figlie, nipoti, pronipoti e, accanto, sempre Rosetta. «Mi dichiarai invitandola a cena: da quella sera abbiamo cenato insieme per 62 anni».
 
Ultimo aggiornamento: Giovedì 18 Luglio 2019, 08:47
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