Serena Mollicone come Samantha Fava: la stessa firma dell’assassino? Identico modus operandi, con lo scotch FOTO

Serena Mollicone come Samantha Fava: la stessa firma dell’assassino? Identico modus operandi, con lo scotch FOTO

di Emilio Orlando

Serena Mollicone e Samantha Fava: due storie diverse ma la stessa orribile fine. C'è un filo rosso, infatti, che potrebbe legare i due omicidi e la risposta potrebbe arrivare dallo scotch trovato sul corpo della ragazza scomparsa da Arce il primo giugno del 2001 e ritrovata cadavere due giorni dopo nel bosco di Fonte Cupa nella frazione dell'Anitrella.

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Per il suo delitto sono stati assolti i 5 imputati nel processo di primo grado: l'ex maresciallo dei carabinieri Franco Mottola, il figlio Marco, la moglie Anna Maria, il luogotenente Vincenzo Quatrale e l’appuntato scelto Francesco Suprano. Per i giudici del Tribunale di Cassino non sono stati loro a uccidere Serena e ad occultare il cadavere. E in attesa che la Procura faccia richiesta di appello dopo il deposito delle motivazioni della sentenza di primo grado, riecheggia con forza la domanda: se non sono stati loro, chi è stato? Un quesito che potrebbe essere risolto, secondo il pool difensivo dei Mottola, comparando le impronte digitali e il Dna, lasciati sul nastro adesivo con cui è stata “imbustata” Serena, con quelle di un altro assassino. Il nome è quello di Antonio Cianfarani, un maniaco che era solito dare passaggi alle autostoppiste della zona del frusinate, condannato a 24 anni per aver ammazzato Samantha Fava, la 35enne scomparsa da Sora il 2 aprile 2012 e trovata murata un anno dopo a casa dell'uomo. Cianfarani, di professione carpentiere e con un quadro psicologico attenzionato, è morto il 23 gennaio 2020 in carcere, stroncato da un malore. Ma le sue impronte digitali e il suo Dna sono conservati in una banca dati, che nessuno ha voluto mai aprire. Eppure sono diversi gli elementi che avrebbero potuto spingere gli inquirenti a una comparazione, se non altro per fugare ogni dubbio, avanzato dallo stesso pool difensivo perfino nel processo Mottola, presieduto dal medesimo giudice che, all'epoca, aveva condannato Cianfarani per il delitto Fava e che adesso ha assolto tutti gli imputati per l'omicidio di Serena. Anche Serena si muoveva spesso facendo l'autostop agli automobilisti. ( Nella foro in basso l'intercapedine dove venne ritrovato lo scheletro di Samantha Fava).

 

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L'impianto accusatorio e la consulenza tecnica non hanno retto in aula e, forse, quel nome di Cianfarani pronunciato in udienza ha dato il colpo di grazia alle indagini fatte male già dalle prime battute. Perché prendere un percorso investigativo a senso unico, con testimoni dell'accusa smentiti in aula, tralasciando anche altri profili di indagine sui quali pende più di un elemento, non ha certo aiutato a trovare la verità sulle responsabilità del delitto Mollicone. Per capire quali sono gli scenari che il nome di Antonio Cianfarani apre sul caso bisogna analizzare l'omicidio di Samantha Fava, residente anch'ella in Ciociaria: picchiata, soffocata, impacchettata, stretta in un lenzuolo come una mummia, chiusa in due sacchi dell’immondizia e murata in una nicchia alta quaranta centimetri, costruita in casa appositamente per lei con foratini e intonaco da Antonio Cianfarani, con cui la vittima aveva una relazione. A scoprire quella che è stata la tomba della donna per oltre un anno, durante il quale Samantha è stata cercata nel fiume Liri, sono stati i poliziotti della Questura di Frosinone che, grazie a un potente georadar e al fiuto del cane molecolare “Orso”, un pastore tedesco dell’unità cinofila, sono riusciti a individuare l’intercapedine dove Samanta giaceva cadavere, adagiata come Serena. Era irriconoscibile, in avanzato stato di decomposizione, e senza vestiti, se non con un reggiseno e un giubbotto aperto. Soffocata e imbustata proprio come Serena, anche lei inserita in una nicchia nel bosco fuori Arce. Due delitti, lo stesso modus operandi, vittime quasi somiglianti per corporatura e lineanti del volto. E soprattutto la firma psicologica dell'assassino, che dopo averle uccise ha dato alle vittime una degna sepoltura. Adesso tocca agli investigatori accedere alla banca dati del carcere e comparare il Dna e le impronte del killer deceduto con quelle sullo scotch di Serena che, da 21 anni, giacciono senza un nome.  


Ultimo aggiornamento: Martedì 19 Luglio 2022, 12:44
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