Serena Mollicone, “quel pasticciaccio brutto" dell'omicidio di Arce: le reazioni dopo l'assoluzione della famiglia Mottola e i punti deboli dell'accusa

Serena Mollicone, “quel pasticciaccio brutto" dell'omicidio di Arce: le reazioni dopo l'assoluzione della famiglia Mottola e i punti deboli dell'accusa

di Emilio Orlando

“In dubio pro reo” che, tradotto dal latino, significa “nel dubbio in favore dell'imputato”. Su questa espressione latina, utilizzata nel codice di procedura penale, si è basata la motivazione con cui la Corte d'Assise di Cassino ha assolto per l'omicidio di Serena Mollicone, la famiglia Mottola e gli altri carabinieri imputati per l'omicidio della diciottenne, avvenuto a giugno di 21 anni fa ad Arce un piccolo comune della Ciociaria in provincia di Frosinone.

 

Un impianto accusatorio debole, basato su indizi che durante il dibattimento sono naufragati anziché diventare prove granitiche che inchiodavano gli imputati. Questi ultimi, rinviati a giudizio nel 2019, con una seconda indagine avviata dopo diciassette anni dalla prima che portò in carcere Carmine Belli, un carrozziere della zona che conosceva Serena e che dopo una lunga detenzione venne assolto dopo tre gradi di giudizio per non aver commesso il fatto.

Una porta, un frammento di Dna e alcune alghe prodotte dall'umidità dei muri della vecchia stazione dei carabinieri di Arce, considerata dall'accusa il luogo dell'omicidio, gli elementi con cui l'accusa è arrivata a giudizio dopo l'udienza preliminare che si svolse davanti al giudice per l'udienza preliminare, che valutò solidi gli indizi raccolti dalla procura per sostenere un processo.

Voleva denunciare un giro di droga che stava mietendo vittime tra i giovani di Arce.

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Ma erano suggestioni investigative che non si attanagliavano alla realtà di come probabilmente si svolsero i fatti quella mattina di giugno quando la povera Serena varcò l'ingresso della stazione dei carabinieri di Arce e salì, secondo alcuni testimoni, nell'alloggio dell'allora comandante Franco Mottola. Secondo la ricostruzione dell'accusa fu in quel momento che Serena litigò con Marco Mottola, il figlio del sottufficiale che comandava la stazione dell'Arma. Durante la colluttazione con Marco la ragazza vene afferrata per la testa e spinta ripetutamente verso lo stipite della porta. Su questa circostanza, smontata dalla difesa, il perito medico legale della Procura Cristina Catteneo, la stessa consulente che nella relazione necroscopica sul cadavere di Stefano Cucchi scrisse che le ferite del geometra erano compatibili con una caduta, aveva relazionato che i traumi che aveva riportato Serena Mollicone e i frammenti di legno nei capelli di Serena,  erano simili, per tipo di materiale con quelli della porta della caserma dove Serena sarebbe stata uccisa. Una contro perizia della difesa ha però smontato tale ricostruzione. Quello che poi è mancato per collocare gli imputati sulla scena del crimine, nella linea spazio temporale è stata certamente la mancanza del Dna di ciascuno sui reperti acquisiti. Sul corpo di Serena, infatti,  che venne ritrovata cadavere il3 giugno del 2001 ossia 48 ore dopo la sua scomparsa, sul nastro adesivo che la imbavagliava e le stringeva il sacchetto di plastica in testa,  non sono state trovate tracce biologiche degli imputati. L’unica impronta repertata sulla nel bosco dell'Anitrella su un pezzo di nastro adesivo non è stata mai attribuita ai Mottola. Segno evidente l'occultamento del cadavere venne affidato ad una persona estranea all'ambiente dove secondo i pubblici ministeri sarebbe maturato l'omicidio di Serena Mollicone. Infatti quella zona del bosco ricadrebbe fuori dalla giurisdizione di competenza della stazione di Arce, a Fontana Liri. Un mistero nel mistero, rimasto avvolto da poche luci e da moltissime ombre, fu il suicidio di Santino Tuzi, all'epoca dei fatti brigadiere in sottordine alla stazione di Arce e che la mattina del delitto era di servizio come piantone. L'uomo si tolse la vita sparandosi un colpo di pistola alla testa ma le motivazioni di quel gesto non vennero mai chiarite.( In basso il brigadiere Santino Tuzi). 

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Anche in quel caso la figlia aspetta ancora che venga fatta giustizia. Ultimo, ma non per questo meno importante è il movente che portò all'omicidio. Secondo i magistrati inquirenti, la ragazza venne uccisa perché voleva denunciare un giro di spaccio di droga, di cui proprio Marco Mottola sarebbe stato, secondo la ragazza uccisa, il capo promotore ad Arce. Alla luce delle indagini che hanno fatto acqua da tutte le parti e degli indizi raccolti considerati labili, anche il movente andrebbe riscritto.« Serena merita giustizia, non mi aspettavo assoluzioni ma non ci arrendiamo, lacune al processo per i troppi testimoni reticenti. Speriamo nell'Appello» - è stata la reazione di Consuelo, sorella di Serena Mollicone

«A 21 anni dai fatti non c'è ancora giustizia per Serena. Per il commento della sentenza aspetto di leggere le motivazioni» - è stata invece la dichiarazione dell'avvocato Dario De Santis, legale di Guglielmo Mollicone, padre di Serena è deceduto nel 2020.


Ultimo aggiornamento: Sabato 16 Luglio 2022, 18:17
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