La lettera della mamma-prof, la strana scuola dopo il lockdown: gli occhi dei bambini dietro le mascherine alla ricerca di quegli abbracci che non ci sono più

Scuola dopo il lockdown: gli occhi dei bambini dietro le mascherine alla ricerca di quegli abbracci che non ci sono più

Chiara, mamma e prof, ci ha inviato questa lettera:

«Il 14 settembre ho accompagnato alla porta mio figlio che, munito di zainetto e sorriso stratosferico, si accingeva ad andare a scuola mano nella mano con il suo papà. Li ho seguiti scrutando il percorso di questo nuovo cammino verso la scoperta, la conoscenza e la cittadinanza attiva, dalla finestra della sua camera. Quest’anno, per le disposizioni anti-covid, un solo genitore ha potuto prendere parte all’accoglienza degli alunni nel cortile della scuola. Mezz’ora scarsa, poi sono stati affidati ai maestri. L’eletto è stato il mio fidanzato. 

Li guardavo dalla finestra, dicevo. Alessandro saltellava. Emozionato ed entusiasta. La notte che aveva preceduto «il grande giorno del rientro a scuola» si era svegliato più volte: fremeva dal desiderio di cominciare la prima elementare portando con se i ricordi meravigliosi di nido e scuola dell’infanzia.

Nel pomeriggio mi ha chiamata una collega, docente in una seconda elementare. Era affranta. Qualche alunno, mentre lei verificava la presenza del materiale scolastico richiesto ai bambini ad inizio anno e dai genitori accuratamente riposto dentro i lori zainetti, era in lacrime. Un momento di sconforto e nostalgia di casa probabilmente. Un po’ di tristezza per la distanza fisica dai compagni tracciata da banchetti monoposto e mascherine chirurgiche sopra grembiuli igienizzati. Un attimo di legittimo scoramento davanti al cambiamento. Lei non aveva potuto consolarli come avrebbe voluto. Li ha guardati con l’amore di sempre e ha sperato che attraverso quello sguardo passassero le coccole e gli abbracci di cui avrebbe voluto circondarli.

Questo è quello che anch’io, ultimamente, milioni di volte ripeto ad Alessandro: «Gli occhi parlano».

A detta delle educatrici della scuola dell’infanzia, lui è un bambino timido in pubblico che fatica ad alzare la mano o chiedere parola. A casa è diverso. Come tutti i bambini. Io mi fido delle educatrici. 

Ad Alessandro ho raccomandato di confidare nei suoi occhi e in quelli degli altri. Curiosi e brillanti tradiscono paure, gioie, aspettative, delusioni o sorprese. Il secondo giorno di scuola, quanto successo agli alunni della mia collega, è capitato a lui. Ha pianto. E le maestre impegnate a captare i segnali di 44 occhietti di prima elementare, hanno giustamente faticato a codificare le sue emozioni. Al di là di ciò che ci raccontiamo per consolarci, è il viso nella sua interezza che «parla». Gli occhi rimandano solo frammenti di un discorso più ampio per cui servono le labbra corrucciate, le mani alla fronte, il capo incassato tra le spalle o le mani chiuse a pugno durante una camminata fino al cestino della classe per buttare un foglietto in segno di protesta o magone. Se n’è accorta Bianca però, una sua compagnetta. I bambini sono attenti, specialmente in un ambiente nuovo. Ma nemmeno lei ha potuto abbracciarlo o convincere le insegnanti a farlo. Non è previsto. Ed è rimasto da solo a gestire la sua pulsione. 

Mi sta bene. Dopotutto sarò costretta a farlo anch’io con i miei studenti se capitasse. Dovrò, per forza, rasserenare con gli occhi. 

E sarò affranta. Come docente. E sono affranta. Come genitore.

Una cosa però non mi torna. 

Alla scuola è stato chiesto negli ultimi anni, con sempre maggiore determinazione e piglio, di supplire assenze vere o indotte dai più disparati casi della vita, di avere un respiro ampio e tempi lunghi, di concentrarsi sull’ascolto di tutti e la solidarietà. È stato chiesto, insomma, di «educare» oltre ad istruire. E se educare significa aver cura della dimensione emotiva e sentimentale degli alunni e aiutarli a trasformare pulsioni in emozioni, oggi, forse ancor più di quanto sia finora riuscita a fare sotto le spinte pedagogiche, dovrà dedicare tempo all’accoglienza alla cui base si nasconde la narrazione e l’ascolto. 

Oggi soprattutto sarà chiamata ad accettare e trattare i vissuti e le cicatrici profonde che questo lockdown ha lasciato in ciascun alunno e a ciascuno di noi. Far narrare quanto ci sono mancati il gioco, l’aula, gli amici, i compagni, la condivisione di idee o scherzi ma anche i conflitti. Ricevere per rielaborarli ansia e timori che hanno accompagnato il tempo trascorso a casa, in situazioni logistiche ed emotive non sempre facili o felici. Ansia e timori che, magari, continuano ad accompagnare questa «nuova» e «strana» realtà che detesto definire normalità. Narrare le rinunce che, sicuramente, hanno fatto in modo che tirassimo fuori di noi aspetti sconosciuti, ora sorprendenti ora terrificanti.

Oggi dovremo prendere per mano non soltanto i bambini ma la scuola tutta che ha bisogno di essere guidata verso un nuovo percorso perché nuovi sono i tempi e le esigenze. Dopo aver sistemato problemi atavici dell’universo scolastico, tra cui personale e classi pollaio, avremo bisogno di scelta davvero innovative. Prima fra tutte, ad esempio, la personalizzazione dei cammini di ognuno rimodulando  la classe non più per età quanto per necessità e bisogni nuovi e differenti. C’è bisogno di scelte audaci perché fare fronte all’emergenza soltanto con il distanziamento fisico e le mascherine potrebbe determinare una nuova emergenza: il distanziamento sociale anche in chi, nonostante un sereno lockdown, il 14 settembre è tornato a scuola e l’ha trovata profondamente diversa e meno accogliente rispetto a come l’aveva conosciuta e salutata a febbraio 2020.  


Buone idee fatevi avanti. Abbiamo bisogno di rivoluzionari»

 

Chiara Amico

 

 


 

 


Ultimo aggiornamento: Giovedì 22 Ottobre 2020, 11:24
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