Rossana Rossanda, se n'è andata la ragazza del secolo scorso
di Massimiliano Di Giorgio

Rossana Rossanda, se n'è andata la ragazza del secolo scorso

La ragazza del secolo scorso, come Rossana Rossanda aveva intitolato la sua autobiografia di qualche anno fa, se ne è andata. In un anno che ricorderemo tutti per il Covid, certo, ma soprattutto a cavallo di due anniversari importanti.

I cinquant’anni dalla sua radiazione dal Partito Comunista Italiano, in cui era cresciuta ed era divenuta una dirigente, nel 1969; e i cinquant’anni dalla nascita del quotidiano Manifesto, nel 1971, che insieme a Luigi Pintor, Lucio Magri e Luciana Castellina e altri fondò proprio per dare una voce a quel pezzo di sinistra comunista a cui non bastava più il Pci. Quasi centenaria, costretta da tempo su una sedia a rotelle ma lucidissima sempre, Rossanda era tornata a Roma da alcuni anni, dopo aver trascorso un lungo periodo a Parigi per prendersi cura di K. S. Karol, suo compagno di vita, morto nel 2014. Quasi tre anni prima, nel 2011, era stata lei ad accompagnare a Bellinzona, in Svizzera, Magri, che aveva scelto il suicidio assistito. E nel 2012 lo scontro seguito all’ennesima crisi economica del Manifesto, che stava anche rischiando di portarlo davvero alla chiusura, aveva condotto Rossanda e Valentino Parlato (Pintor era morto nel 2003) a interrompere la collaborazione col giornale. Ma col Manifesto si era riconciliata poi nel 2018, ed era tornata a scrivere commenti e analisi. La sua storia in realtà non s’identifica solo con quella del “quotidiano comunista”, come ancora si definisce il giornale. Nel 1969, quando il gruppo che aveva dato vita alla rivista mensile chiamata appunto Il Manifesto viene radiato dal Pci, con l’accusa in sostanza di essere una frazione filocinese, Rossanda aveva già 45 anni, non era certo priva di esperienza politica. Da giovane stata allieva del filosofo di sinistra Antonio Banfi, alfiere del cosiddetto razionalismo critico. Nel 1963 era stata eletta deputata. Aveva guidato la sezione culturale del partito, faceva parte del Comitato Centrale, era stata a Cuba. Insieme ad altri dirigenti e intellettuali di partito, Rossanda aveva fatto riferimento per lungo tempo a Pietro Ingrao, cioè il leader storico della sinistra Pci. Ma nel corso degli anni le posizioni divennero sempre più critiche e dopo l’invasione della Cecoslovacchia nel 1968 e l’esplosione del movimento studentesco, lei e il suo gruppo contestarono la linea politica sia interna che internazionale del partito di Luigi Longo ed Enrico Berlinguer. Che pure, come raccontava qualche mese fa Filippo Maone, consideravano “il miglior partito comunista del mondo”. Da una parte non volevano che il Pci si avvicinasse all’area governativa e al centrosinistra di Dc e Psi, dall’altra criticavano l’Urss e il suo imperialismo ed esaltavano invece il modello cinese. La nascita della rivista finì per provocare la rottura col Pci, che in quella fase non volle accettare un dissenso così organizzato.

Non era quello però lo scopo originale di quelli del Manifesto, come raccontò la stessa Rossanda: avrebbero voluto condizionare il dibattito interno, spostare a sinistra le posizioni del partito, ma non ci riuscirono. Non se ne andarono, furono cacciati. Nel 1972 provarono a dare vita a un partito, ma le elezioni andarono male praticamente per tutta l’estrema sinistra. Poi nacque il Pdup, un piccolo partito di cui Il Manifesto fu per breve tempo organo ufficiale. Il ritorno al Pci avviene per poco tempo, nel 1989, quando Achille Occhetto annuncia l’intenzione di scioglierlo. Gli antichi avversari - quelli che cacciarono e quelli che furono cacciati - si ritrovano, uniti nel nome dell’ideale comunista.

Una battaglia persa. Il Manifesto rifiuta poi di diventare l’organo di Rifondazione Comunista, e il giornale va per la sua strada, accompagnato sempre da problemi economici, guidato da una nuova generazione di giornalisti che non sono più militanti. Tra le tantissime cose scritte e dette da Rossanda, che è sempre stata soprattutto un’intellettuale critica e lucida, spicca la consapevolezza espressa negli anni Settanta che la lotta armata, le organizzazioni terroristiche, come le Br o Prima Linea, rientrassero, per linguaggio e simbologia, nel vecchio “album di famiglia” della sinistra, del movimento operaio. E forse basta una sua frase a riassumere la capacità di Rossana Rossanda a cogliere la complessità, l’onestà intellettuale, la capacità autocritica e il perdurante richiamo di un ideale: “Il povero e l’oppresso non hanno sempre ragione. Ma i comunisti che si fanno odiare hanno sempre torto”.

Ultimo aggiornamento: Domenica 20 Settembre 2020, 15:38
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