Rigopiano, il cameriere superstite: "Nel nome degli amici sono riuscito ad aprire un locale"

di Paolo Vercesi
L’immagine dell’hotel accartocciato su se stesso stride con quella vicina della spa rimasta in piedi quasi come nulla fosse successo. La valle che si distende ai piedi della struttura è un cimitero di alberi secolari strappati dalla furia della valanga del 18 gennaio scorso. Questo è oggi lo scenario spettrale di quello che fino a undici mesi fa era l’Hotel Rigopiano, resort di lusso che attirava clientela anche vip da ogni parte d’Italia. Un paradiso immerso nella natura ai piedi del Monte Siella. Una terrazza sul panorama mozzafiato delle province di Teramo e Pescara fino all’Adriatico. 

Strati di macerie accatastati l’uno sull’altro, ecco cosa resta della struttura che nell’abbraccio di quel costone cercava riparo e protezione, abbraccio che invece s’è rivelato mortale. «Lassù non c’è più niente di vivo» racconta Giovanni Nebbioso, che nell’hotel lavorava come cameriere e oggi, con altri colleghi del Rigopiano, ha avviato la Cuccumella, albergo ristorante di Farindola «per ricominciare a lavorare». E a vivere. «Siamo ripartiti, lo dobbiamo ai nostri amici che non ci sono più» dice Giovanni, insieme con Fiorella e Alice, anche loro ex dipendenti dell’hotel distrutto e che dell’inchiesta dicono: «A noi ormai possono solo accusarci di essere vivi».

Alzando gli occhi alla vetta la ferita è evidente, una cicatrice che coincide con il canalone che quel pomeriggio del 18 gennaio ha fatto da trampolino alla valanga killer che ha sepolto e ucciso 29 persone. E tanto basta a comprendere che l’aver realizzato l’albergo in quel punto è stato un azzardo grave, una sfida al destino. La recinzione rossa che delimita la scena della tragedia e tiene a distanza i curiosi che salgono quassù per una preghiera o per un selfie, andava forse alzata molto prima e con un’altra funzione: vietare nella stagione invernale l’uso di un albergo nato come rifugio estivo e poi modificato negli anni ’60. Nel 2006 fu ampliato e trasformato a resort e sei anni dopo arrivò la spa.

Ai piedi delle macerie c’è una spianata di tronchi con grosse pietre bianche incollate a radici strappate. Poco più avanti un miscuglio di pezzi di plastica d’automobile sparsi qua e là. Macchinari con fili e tubi spezzati di chissà quale porzione dell’albergo.

I DETRITI
In mezzo al prato, spunta dal fango un foulard azzurro, unica traccia di presenza umana. Sassi, alberi, rovine che messe insieme raccontano una tragedia per la quale oggi si cercano responsabili, è quanto reclamano i famigliari delle vittime e i sopravvissuti. In lontananza il rumore di una sega elettrica, c’è qualcuno al lavoro da qualche parte nel bosco lì intorno. E quando quel tormento finalmente tace, solo il delicato mormorio di un ruscello rompe il silenzio di quell’oasi.
Il sole scompare, la temperatura si abbassa di colpo. Doveva fare un gran freddo quella tragica sera a Rigopiano: la strada tortuosa era coperta da due metri e più di neve. Un muro bianco e invalicabile che ha reso il compito dei soccorritori un’impresa nell’impresa. Squadre di finanzieri e volontari del soccorso alpino hanno risalito quel costone per otto ore, sci ai piedi, facendosi largo tra alberi e rovi, arrivando prima dell’alba sul luogo della tragedia. Avvolti nel buio della notte, hanno cercato un appiglio cui aggrapparsi. «Solo il giorno dopo abbiamo individuato il pertugio dal quale accedere all’interno dell’hotel distrutto» ricorda Lorenzo Gagliardi, maresciallo del soccorso alpino della Finanza. Un miracolo, alla fine, l’aver salvato undici persone, tra cui quattro bambini. «Molto del merito - dice ancora Gagliardi - è stato del manutentore della struttura, Fabio Salzetta, scampato alla tragedia (in cui ha perso la sorella Linda) e che subito ci ha indicato la via per ridare speranza agli ospiti sepolti sotto neve e macerie».
 
Ultimo aggiornamento: Venerdì 24 Novembre 2017, 09:46
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