Latina, quando i bulli rom dettavano legge anche a scuola
di Bianca Francavilla

Latina, quando i bulli rom dettavano legge anche a scuola

Latina si è abituata a vedere volare elicotteri nel cielo per operazioni che portano in carcere politici, consiglieri, dirigenti e parlamentari. Nella città di destra, tra i cittadini ogni volta il commento è lo stesso: oh, ci hanno fregato. Li abbiamo votati e non ci siamo accorti dei trucchetti che c'erano dietro e che anziché amministrare la cosa pubblica pensavano agli interessi personali. Quando gli elicotteri, invece, arrestano note famiglie rom del Capoluogo e scavalcano i cancelli del quartiere out a tutti gli altri il commento è diverso: finalmente. Già, perché la storia delle estorsioni, delle botte, dello spaccio, del terrore e del clan Di Silvio che è penetrato dentro la città la conoscono tutti, ognuno ha un aneddoto da raccontare a riguardo. Dieci anni fa, ad esempio, era la volta dei furti delle giacche. E in realtà "furti" non è neanche la parola corretta perché i Di Silvio pretendevano i giubbotti, quelli costosi da 500 euro l'uno che andavano di moda al tempo.

Le vittime erano i ragazzi che andavano al liceo, che venivano avvicinati fuori da scuola, a ricreazione, dentro l'ascensore per andare ad una festa o nella centralissima piazza della Libertà. Guai a dire di no, altrimenti erano botte. E guai a tirarla per le lunghe, altrimenti era tutto il gruppo a prenderti di mira. C'è chi raccontava di aver dato giacca, jeans, scarpe ed essere scappato in mutande. C'è chi non è più andato a scuola per mesi per riprendersi psicologicamente da quanto successo. Le ragazze del tempo, invece, si incastravano nel giro per colpa di questioni di cuore. A sedici anni era un attimo innamorarsi di quello che sembrava un bullo, e poi ti portava dentro la casa con i troni e i mobili dorati a provare l'abito da sposa per entrare a far parte della dinastia.

Quelle fortunate si vantavano con le amiche, raccontando che il loro fidanzato rom le amava davvero perché le teneva lontane dalla droga, pur spacciando. Quelle sfortunate finivano a vendere cocaina in un attimo ai giardinetti, in piazza, davanti scuola, alla luce del sole. Se all'inizio poteva sembrare “divertente” uscire di nascosto dalle mamme con il ragazzo sbagliato, i guai iniziavano se una di loro voleva chiudere la storia. Allora i Di Silvio arrivavano in quattro-cinque in classe e pretendevano che la professoressa facesse uscire la studentessa: «Oh, pressoré, si faccia una camomilla eh. È sicura che non vuole far uscire la ragazza?» dicevano. Estorsioni, droga, botte e terrore. Gli stessi reati con i quali ora 25 esponenti sono finiti in carcere nell'operazione Alba Pontina e per i quali, come ai tempi di Don't Touch, Latina ringrazia. Proprio perché lo sapeva già.
Giovedì 14 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 11:30
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2 di 2 commenti presenti
2018-06-14 12:51:22
Che schifo sono come i terroristi
2018-06-14 12:44:25
Dall'incipit dell'articolo deduco che l'autore sia un abitante di Latina e quindi profondo conoscitore della città e delle sue dinamiche!! Più che giornalista lo definirei un giornalaio!! Latina sono 3 anni che è governata (molto malamente) da un sindaco ed una giunta di estrema sinistra... e mi auguro che alle prossime elezioni veramente si potrà tornare a dire che è una città di destra!!
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