Pamela Mastropietro, «Oseghale la uccise con due coltellate, poi lavò il corpo per inquinare le prove»

Pamela Mastropietro, «Oseghale la uccise con due coltellate, poi lavò il corpo per inquinare le prove»

La morte di Pamela Mastropietro ha sconvolto l'Italia: il 30 gennaio 2018 la giovane fu massacrata a soli 18 anni da qualcuno che la violentò, le tolse la vita e la fece a pezzi. I resti della ragazza romana, allontanatasi da una comunità di Corridonia, furono ritrovati in due trolley vicino Macerata. Lo scorso 29 maggio un nigeriano, Innocent Oseghale, è stato condannato all'ergastolo (con 18 mesi di isolamento diurno) per l'omicidio: oggi sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza di condanna da parte della Corte di Assise di Macerata.

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Nelle motivazioni la Corte di Assise, presieduta da Roberto Evangelisti, ripercorre le dichiarazioni rese nel tempo dall'imputato riguardo al giorno della morte di Pamela. La Corte di Assise, nelle motivazioni, non può sottacere «il significato delle dichiarazioni dell'imputato, sistematicamente volte a sottrarsi all'accertamento della verità». «La tesi dell'accusa è suffragata inoltre dalle plurime versioni rese da Oseghale circa lo svolgimento dei fatti, contraddittorie e di volta in volta adattate alle esigenze difensive e agli sviluppi investigativi, denotanti le inquietanti capacità mimetiche e simulatrici dell'imputato», si legge ancora. 



Le motivazioni sono state depositate a circa sei mesi dalla sentenza. «Non esiste nessun ragionevole dubbio - si legge nelle motivazioni - le conclusioni cui pervenivano i consulenti delle accuse pubblica e privata, cementate dalla condotta dell'imputato, ispirata da finalità probatoriamente inquinanti, sono suffragate dai risultati delle indagini tossicologiche e sui resti cadaverici. Esclusa ragionevolmente la morte per overdose, questa deve essere ascritta alla due coltellate vibrate dall'imputato allorché Pamela era ancora in vita». 



«L'imputato ragionevolmente per evitare che Pamela, dopo aver abbozzato una prima reazione denotante il proprio dissenso, una volta ripresasi completamente, si allontanasse e lo potesse persino denunciare, subito dopo il rapporto, le infliggeva le due coltellate mortali, a distanza di alcuni minuti l'una dall'altra, dopo aver constatato che la prima non aveva evidentemente sortito gli effetti definitivi sperati». ​Oseghale, dopo l'omicidio, lavò i resti della ragazza con la varechina per inquinare «la prova omicidiaria». 

«Ritiene questa Corte sottolineare, con particolare enfasi, la condotta di Oseghale» che «dopo aver accoltellato la ragazza ancora in vita, provvedeva non soltanto al depezzamento e alla dissezione del corpo, ma attendeva all'accurato lavaggio di tutti i resti con la varichina, cospargendo con l'ipoclorito di sodio anche i genitali e le labbra di Pamela - sottolinea la Corte di Assise - attività funzionale ad un inquinamento della prova omicidiaria e che non può certo trovare giustificazione nel fatto che l'imputato si sentisse, per così dire, infastidito dall'odore proveniente dai resti dopo aver brutalmente sezionato il cadavere con chirurgica precisione». 

«Oseghale abusava delle condizioni di inferiorità, quanto meno sicuramente fisica di Pamela di cui era ben consapevole, per avere nell'abitazione un frettoloso rapporto non protetto cui la ragazza, plausibilmente abbozzando una reazione, non aveva acconsentito con quelle modalità, desideroso soltanto di appagare il proprio istinto, senza troppo tergiversare e senza attendere che Pamela smaltisse completamente gli effetti dell'eroina». «Pamela, come sopra osservato, al momento del rapporto era quanto meno in stato soporoso, stordita ed obnubilata poiché ancora sotto l'effetto, sia pure in via di risoluzione, dell'eroina il cui processo di trasformazione metabolica era avviato». 
Venerdì 22 Novembre 2019, 11:17
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