Convivremo col Covid? Bassetti: «Virus endemico, va gestito come influenza»
di Lorena Loiacono

Convivremo col Covid? Bassetti: «Virus endemico, va gestito come influenza»

L'infettivologo: "I vaccini funzionano, il numero dei nuovi casi non è più importante"

Corre veloce la variante Omicron, con numeri altissimi: ieri in Italia sono stati superati i 220mila contagi ed entro la fine del mese potrebbero arrivare anche raddoppiarsi. Eppure la situazione attuale, confrontata con quella di un anno fa, è tutta un'altra storia: a fare la differenza, adesso, sono i vaccini. E così a livello europeo arriva la proposta del premier spagnolo Pedro Sanchez di trattare il Covid come una «normale influenza». Vale a dire senza tracciare e mettere in quarantena tutti coloro che risultano positivi al test pur essendo asintomatici. Ma anche in Italia ci si chiede se sia il momento di cambiare strategia: ne è convinto l'infettivologo Matteo Bassetti, direttore della Clinica di malattie infettive all'ospedale San Martino di Genova.
Non vuole più sentire i numeri del report giornaliero sui casi Covid, e ora Speranza sta valutando l'idea. Perché?
«Perché non serve a niente. Quando abbiamo iniziato ad affrontare la pandemia aveva una logica: doveva far capire agli italiani che dovevano stare in casa perché i contagi stavano aumentando. Ed ha avuto senso nelle varie ondate. Ma adesso non è più così».
Cosa è cambiato?
«Abbiamo il vaccino e funziona: con questi numeri, un anno fa, sarebbe stata una strage. Non ci sono chiusure, quindi nessuno deve restare a casa. Questi dati riguardano solo i non vaccinati, solo loro devono preoccuparsi».
Che cosa si rischia?
«Con il report giornaliero si crea terrorismo nella gente, che poi non sa più cosa pensare. È ora di finirla: posso assicurare che in Francia, in Spagna o in Inghilterra non sono così allarmistici».
In Italia si sta sbagliando?
«Siamo stati bravi, soprattutto con la campagna vaccinale. Valorizziamone i risultati: la pandemia ha avuto un'evoluzione e anche il sistema deve evolversi».
In che modo è cambiata la pandemia?
«Abbiamo a che fare con una malattia endemica. Dobbiamo saperci convivere e vuol dire che dobbiamo vederla come una forte influenza contro cui, comunque, il 90% si è vaccinato e quindi è coperto dalle forme più gravi».
Ieri ci sono stati 220mila contagi, non sono tanti?
«Arriveranno anche a 300mila. E credo che ci sian anche il doppio o il triplo non ancora emerso. Il punto è che i tamponi vengono fatti in maniera autonoma».
Cosa significa?
«Voglio andare a cena, ad un evento e faccio il tampone. Se esco positivo, asintomatico, mando i quarantena tutti i miei contatti anche loro asintomatici: andando avanti di questo passo si crea un lockdown sociale, psicologico, autoindotto».
Bisogna guardare allora i ricoveri?
«Anche lì bisogna capire la portata di quei numeri: dal 35 al 50% dei ricoveri Covid non è in ospedale per i gravi problemi di salute legati al virus».
In che senso?
«Se mi rompo una gamba, prima di ricoverarmi mi fanno il tampone e, se positivo, mi portano in un reparto Covid. Non mi riferisco ovviamente alla terapia intensiva per polmonite, ma a quei reparti di medicina interna con pazienti che non hanno una patologia Covid correlata».
I colori delle regioni?
«Allo stesso modo, non posso assegnare un giallo, un arancione o un rosso ad una regione basandomi sui posti letti nei reparti Covid».
È d'accordo con la riapertura della scuola?
«Sì un gesto di buon senso».
E lo stadio?
«Cambiare la capienza, concedendo tra l'altro 5mila posti senza indicare la percentuale, non ha senso. Si va a fermare i vaccinati che, per tornare a una vita normale e quindi anche a seguire la loro squadra del cuore, si sono fatti tre dosi».


Ultimo aggiornamento: Sabato 15 Gennaio 2022, 10:13
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