Chirurghi in fuga: «Paghe, aggressioni e turni infernali. I nostri medici scappano all'estero, presto chiuderemo le sale operatorie»
di Mario Fabbroni

Chirurghi in fuga: «Paghe, aggressioni e turni infernali. I nostri medici scappano all'estero, presto chiuderemo le sale operatorie»

«Una camera operatoria ferma perché senza chirurghi? Ci siamo quasi, a breve in qualche ospedale potrebbero essere abolite le operazioni chirurgiche. Anche quelle d'emergenza». È un grido di dolore quello lanciato da Pierluigi Marini, primario del San Camillo di Roma ma soprattutto Presidente Acoi (Associzione chirurghi ospedalieri italiani): circa 7000 iscritti su poco più di 7500 camici bianchi specializzati negli interventi chirurgici. Tra 5 anni, infatti, l'Acoi vedrà dimezzare le adesioni: «Perché non ci saranno quasi più chirurghi in Italia».

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Siamo alla fuga dal Servizio Sanitario Nazionale: tra prossimi pensionati, medici in carriera che scelgono di andare all'estero e giovani laureati in Medicina che non vogliono più fare i chirurghi, la situazione rischia di essere devastante per i pazienti. «Nel 2025 saranno andati via altri 3323 colleghi, come faremo a garantire i livelli minimi di assistenza sanitaria che già oggi vengono disattesi in molte regioni?». Un dramma.
«Centinaia di borse di studio per specializzandi si perdono ogni anno - continua Marini -. I giovani si allontanano dalla chirurgia: guadagni scarsi e turni massacranti, ripetute aggressioni in corsia e soprattutto l'elevato rischio di contenziosi legali post operatori, poi difficoltà di accesso e di stabilizzazione lavorativa. Ce n'è abbastanza per lanciare l'allarme rosso». A rischio chiusura le sale operatorie di molti ospedali, specie del Sud, mentre in Veneto le strutture private di Germania, Francia, Inghilterra e Arabia Saudita saccheggiano i medici più bravi pagandoli anche il triplo. «Stiamo negando il diritto alla salute, come fa la Politica a non capire di aver sbagliato programmazione nel settore medico?». Così siamo al paradosso, con l'Italia già costretta a importare chirurghi dall'Est europeo, con metodi di preparazione completamente diversi. «Ecco il punto, potremmo provare a invertire questa nefasta tendenza solo se si cambiano radicalmente i metodi di specializzazione alla professione. Bisogna premiare il merito, spogliare i primari di tutta la burocrazia cui sono costretti ed equiparare il loro ruolo didattico a quello dei professioni universitari. Insomma, torniamo ad insegnare e a far fare pratica. Che poi è quello che i giovani chiedono. Spero di potermi confrontare presto su questo tema con il nuovo ministro alla Sanità, Roberto Speranza».

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Mercoledì 15 Gennaio 2020, 05:01
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