L'Italia del 2100? Il climatologo Mercalli: «Mari su di un metro, Venezia e Fiumicino sott'acqua»
di Valeria Arnaldi

L'Italia del 2100? Il climatologo Mercalli: «Mari su di un metro, Venezia e Fiumicino sott'acqua»

L'esperto: ecco cosa succederà se continueranno i "bla bla bla"

Il mare al posto delle città d’arte. Entro il 2100. Se la Cop26, che si chiude oggi a Glasgow, non adotterà le corrette misure, l’Italia che conosciamo, stando alle proiezioni degli esperti, potrebbe essere drammaticamente diversa. Ce la facciamo raccontare dal meteorologo e climatologo Luca Mercalli.

Come apparirà il Paese a fine secolo?

«Ci aspettiamo un metro di mare in più. Nell’ipotesi peggiore, ossia che alla Cop26 si sia troppo lenti o non si prendano le decisioni giuste, i rischi maggiori sono che la temperatura a livello mondiale si alzi di cinque gradi, in Italia perfino di più per la vicinanza con il Nord Africa, e, appunto, che il livello del mare sia più alto di un metro».

Quali le aree più a rischio?

«La zona lagunare da Monfalcone a Rimini, tra la laguna veneta e il delta del Po, è la più esposta per l’innalzamento del mare. Venezia potrebbe finire sott’acqua. Anche Rovigo, Chioggia, Comacchio, Ravenna. Molto esposte pure la piana di Fondi, nei pressi di Latina, e l’aeroporto di Fiumicino, nonché più zone costiere. Ci sono poi l’erosione delle spiagge, già in atto, e il cuneo salino, ovvero l’acqua salata che entra nelle falde idriche della terraferma. Alcuni luoghi diverrebbero invivibili e sarebbero abbandonati».

E nel resto del Paese?

«Sulle Alpi scomparirebbero i ghiacciai. Potrebbero verificarsi più incendi boschivi. In generale, potrebbero esserci lunghe siccità con importanti ricadute sull’agricoltura. E sarebbe l’inizio».

Ossia?

«Se inneschiamo questa spirale, nei secoli successivi il mare potrebbe salire anche di quattro metri. Ciò determinerebbe migrazioni di popoli, profughi climatici. Intere zone del pianeta potrebbero essere abbandonate per sempre».

Cosa potremmo fare come Paese?

«Servono serie misure per ridurre il rischio e bisogna investire risorse nella resilienza. Poi, bisogna sprecare meno. Basta guardarsi intorno per vedere porte di negozi aperte con il riscaldamento a manetta o “funghi” per aperitivi all’aperto. L’Italia non è tra i Paesi peggiori per inquinamento, ma a volte andiamo indietro. Anche a Glasgow ora non abbiamo firmato documenti importanti sul divieto di produzione di auto con motore fossile. Avremmo potuto».

Le risposte della politica sono davvero “bla bla bla” come dice Greta Thunberg?

«Finora abbiamo assistito a un grande bla bla bla. Non c’è una risposta coerente con il livello di rischio. Siamo di fronte a qualcosa di epocale, peggio di una guerra ma dato che è più lento, non è percepito. La questione va affrontata insieme. Ecco perché si litiga nelle grandi conferenze internazionali: chi ha già i piedi nell’acqua, protesta, chi vende il carbone non risponde. Il tema è anche culturale. Non siamo abituati, come umanità, a considerare problemi irreversibili, pensiamo sempre che ci sia una soluzione, ma quando Venezia sarà sott’acqua non si potrà tornare indietro».


Ultimo aggiornamento: Venerdì 12 Novembre 2021, 17:59
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