Gli esperti dello Spallanzani: «Virus non è morto, basta messaggi sbagliati. La mascherina serve»

Gli esperti dello Spallanzani: «Virus non è morto, basta messaggi sbagliati. La mascherina serve»

Il coronavirus non è morto, non si è indebolito e non è meno contagioso: nello scontro tra virologi al quale assistiamo da settimane, intervengono due esperti dell'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani, struttura in prima fila nell'emergenza legata alla pandemia di Covid-19 sin dai primi giorni. Il direttore scientifico Giuseppe Ippolito e il direttore sanitario Francesco Vaia concordano infatti sul datto che il Covid non è affatto morto, ma è invece contagioso e pericoloso come prima.

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Al Corriere della Sera, Ippolito dice che i focolai «dimostrano che il virus non è morto. Sono la spia che circola, anche se meno, e poiché circola dobbiamo applicare le banali misure di prevenzione che dovrebbero essere entrate nelle nostre consuetudini. Indossare la mascherina, rispettare le distanze e curare l'igiene delle mani. Bastano queste semplici precauzioni per rendere difficile la vita al virus. I focolai sono la prova che gli basta un niente per avvantaggiarsi», dice Ippolito, membro del Comitato tecnico che supporta il governo nelle azioni di contrasto al Covid19.

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«Le mascherine - osserva - sono cadute in disuso, vedo e mi raccontano che sono troppo spesso dimenticate, come se non servissero più. Invece restano fondamentali. Credo che la gente abbia perso fiducia nella scienza. Finché la comunicazione era univoca, "il virus c'è e fa male, punto" i cittadini hanno seguito le raccomandazioni». «Poi - sottolinea - sono cominciate le divisioni e la confusione può aver creato un rilassamento nei comportamenti che invece sono fondamentali per tenere a bada il virus».

"TORNA EMERGENZA? SPERIAMO DI NO" «Per affrontare un'epidemia di questa portata - ricorda Ippolito - servono molteplici competenze che vanno ben oltre la virologia propriamente detta. Prima di tutto la sanità pubblica, poi l'infettivologia, l'organizzazione sanitaria, epidemiologia, sociologia, economia». E sul rischio del ritorno ad una situazione di emergenza chiarisce: «Speriamo di no, molto dipende da noi. In Italia esiste un sistema di tracciamento molto efficace in tutte le Regioni, indistintamente, di destra e sinistra, che stanno facendo un grande sforzo. Quando gli interventi sono tempestivi e i contatti dei soggetti positivi possono essere individuati e isolati, il focolaio non si propaga e il cerchio dei contagi viene chiuso. Però anche i singoli cittadini devono fare la loro parte».

Sull'App Immuni aggiunge invece: «L'applicazione fa automaticamente rintracciare chi ha avuto contatti con una persona positiva, nel pieno rispetto della privacy. Funziona da campanello d'allarme». Infine sull'ipotesi seconda ondata dichiara: «Non rispondo né sì né no. II virus non è morto, è contagioso come prima e può riprendersi. Più circola, più aumenta il rischio di avere vittime. Oggi il numero di casi gravi è stato abbattuto e dobbiamo far sì che resti più basso possibile tenendo a bada i focolai interni e stando molto attenti a non importare casi dai Paesi dove il sistema di tracciamento non è affidabile come il nostro». 

VAIA: ERRORE AVER DETTO CHE IL VIRUS E' FINITO Intervistato dal quotidiano Il Giornale, il direttore sanitario Vaia aggiunge invece: «Errore tragico aver detto che il virus è finito», e lancia un appello alla comunità scientifica: «Eviti di lanciare messaggi sbagliati che disorientano l'opinione pubblica». «Vedo troppo rilassamento in giro. Mi preoccupa la caduta della vendita di mascherine. La comunità scientifica e tutte le istituzioni più importanti a cominciare dall'Organizzazione mondiale della Sanità hanno mandato messaggi contraddittori confondendo i cittadini
».

«Io non mi sono mai voluto candidare né nel partito degli ottimisti ne in quello dei pessimisti. Ma chi ha detto che il virus è finito ha compiuto un tragico errore». «Per i casi di importazione è necessario - ricorda - porre un'attenzione forte a porti, aeroporti e stazioni. La misurazione della temperatura e l'autocertificazione non sono misure sufficienti. Tutti coloro che provengono da Paesi dove il virus è in crescita, come il Messico, Il Brasile o il Bangladesh, devono essere sottoposti a tampone per verificare l'eventuale positività».
Ultimo aggiornamento: Lunedì 6 Luglio 2020, 15:13
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