Giulia Lamarca, la travel blogger racconta la sua rinascita su una sedia a rotelle. «La vita ha scelto per me» L'INTERVISTA
di Maria Bruno

Giulia Lamarca, la travel blogger racconta la sua rinascita su una sedia a rotelle. «La vita ha scelto per me» L'INTERVISTA

Il taglio radicale dal passato e la rinascita. Queste possono essere il risultato di scelte consapevoli ma, a volte, sono conseguenze imposte da una volontà superiore: il destino. Lo sa bene Giulia Lamarca, psicologa, formatrice aziendale e travel blogger che dal 2011 vive la sua seconda vita. Classe ’91, originaria della provincia di Torino, Giulia è un'icona del web con oltre 116mila follower su Instagram (@_giulia_lamarca).

 

Il 6 ottobre 2011 un grave incidente in motorino l’ha costretta per 9 mesi in un letto d’ospedale, per poi toglierle per sempre la possibilità di camminare. Ma proprio su una sedia a rotelle, ha ricominciato a vivere più intensamente di prima. Amante del viaggio, di cui parla nel suo blog My travels the hard truth, Giulia non ha mai smesso di esplorare il mondo insieme a suo marito Andrea Decarilini, fisioterapista conosciuto proprio durante la convalescenza in ospedale.

 

Per molti, la sedia a rotelle è un impedimento. Che significato attribuisce alla parola “limite”?

«Io penso che ognuno di noi abbia dei limiti, seppur diversi. Inizialmente ho provato rabbia, perché la mia vita era totalmente cambiata e il pensiero di non poter più fare molte cose che normalmente facevo mi rattristava. Col tempo, però, ho imparato a fare di quei limiti un punto fermo, cercando di oltrepassarli. Se ci sono impedimenti provo a cercare la soluzione per superarli al meglio, per cui non ho più problemi nell’affrontare anche solo psicologicamente ogni ostacolo che mi si presenta». 

 

Ha dichiarato più volte di avere “una vita tragi-comica”, cosa intende?

«Sì, vero (dice ridendo). Ho provato a dare questa definizione alla mia vita perché è un mix tra il tragico e il comico. Ovviamente, la tragedia è legata all’incidente di 10 anni fa, ma i postumi e il presente lo vivo con ironia. Ad esempio, piccoli incidenti domestici, come ad esempio un piede che rimane incastrato e mi impedisce di muovermi, diventano comici se raccontati con la giusta visione e col sorriso. Ho trovato la chiave di svolta per vivere serenamente anche i piccoli disagi».

 

Per molti rappresenta un’icona. Come vive l’impatto con i social?

«Ricordo che un giorno stavo parlando, in una storia Ig, di un argomento della quotidianità, come faccio normalmente con mio marito. Il riscontro mediatico che ho avuto è stato altissimo, tanto da pensare “Wow, mi sento ascoltata!” e questo è stato molto positivo. Quando fai parte di una minoranza, puoi anche urlare ma la gente non ti ascolta. Anche quando vuoi far valere un diritto, non si viene sempre ascoltati. Al contempo, ho capito la grande responsabilità che avevo sul web. Da una parte ho provato stupore, ma dall’altra ho capito che la mia voce veniva ascoltata e questo è incredibile. Mi piace il confronto che si può avere sui social, lo scambio di opinioni e, per fortuna, non ho trovato 'leoni da tastiera' che mi colpissero nel profondo».

Lei viaggia molto: ha trovato accessibilità ovunque?  

«No. La difficoltà maggiore per gli spostamenti l’ho riscontrata sicuramente a Roma. Accessibile per le attrazioni turistiche, ma meno nella quotidianità: camminare per le vie della città per una passeggiata o prendere i mezzi risulta faticoso. In giro per il mondo, invece, ho riscontrato diverse realtà. In Giappone mi sono trovata benissimo: ci sono stata due volte e ho trovato un paese con un’altissima attenzione ai disabili. Mentre in Sri Lanka ho avuto uno spiacevole soggiorno: ho percepito un alto livello di discriminazione. Pensavo di ricevere critiche e occhi indiscreti soltanto nelle piccole realtà, magari poco sviluppate, ma l’impatto in Sri Lanka mi ha lasciato un cattivo ricordo. La mia più grande sfida è quella di far capire al mondo del turismo accessibile di dover fare più informazione circa le difficoltà che si riscontrano viaggiando. Ho provato e, ancora provo, a contattare il Parlamento europeo per far attuare delle leggi: ora è tutto fermo, ma spero che un giorno ci sia qualcuno che mi ascolti, anche perché i fondi ci sono».

 

Presto sarà madre: quel 6 ottobre 2011, oggi, è una disgrazia o un caso fortuito?

«Bella domanda, difficile dare una risposta secca. Quando ripenso alla mia storia, mi rendo conto che è andata benissimo. Poteva essere un film finito molto male. Se all’inizio mi sentivo triste, sola, senza affetti, oggi sono nel pieno della serenità. È una cosa che è accaduta, mi ha fatto crescere tanto e soprattutto cambiare. Adesso sono contenta di tutte le scelte che ho fatto. Questa che sto vivendo è la mia terza vita: quella assieme ad Andrea e mio figlio, che nascerà a fine settembre. E anche lì, la vita ha scelto per me: la data prevista per il parto sarà proprio fine settembre o inizio ottobre. Se dovesse coincidere con la data dell’incidente potrei pensare che era tutto scritto, chissà?».

 

Cosa consiglierebbe a chi deve affrontare il suo stesso percorso?

«La prima cosa che dico a tutti è “mi dispiace”. So bene la rabbia che si prova quando si vive una storia come la mia. E continuo dicendo di non ascoltare troppo la gente, perché questa è stata la mia più grande forza. Dando peso alle parole degli altri senza mettere mai in dubbio nulla, si rischia di farsi etichettare e diventare succubi di appellativi sgradevoli. Dopo 10 anni, mi capita di pensare e sperare in una cura futura che possa aiutare chi dovesse avere il mio stesso incidente. Sicuramente, portare i pensieri su un piano pratico aiuta a progredire».


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 29 Settembre 2021, 09:47
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