Emergenza sorrisi in Iraq: salvati 98 bambini con malformazioni al volto. Il racconto del “Reporter della felicità”. ESCLUSIVA
di Maria Bruno

Emergenza sorrisi in Iraq: salvati 98 bambini con malformazioni al volto. Il racconto del “Reporter della felicità”. ESCLUSIVA

Pochi giorni per regalare serenità. È stata questa la mission di Emergenza sorrisi (@emergenza sorrisiong)l’Organizzazione italiana non governativa che da oltre 13 anni dona salute e dignità ai bambini affetti da gravi malformazioni al volto, labbro leporino, palatoschisi e ustioni di guerra. Dopo lo stop forzato della pandemia, dal 15 al 22 luglio l’equipe di medici e infermieri italiani, guidati dal professor Mario Altacera (chirurgo maxillo facciale dell’ospedale Miulli di Bari), è volata all’Habobbi Teaching Hospital di Nassirya per una nuova missione.

 

Questa volta, però, il team si è munito di due supporter d’eccezione: il siciliano Andrea Caschetto, impegnato nel sociale da anni tanto da essere stato definito “Ambasciatore del sorriso” e il milanese Giuseppe Bertuccio D’Angelo, reporter della felicità, che documenterà il tutto sul suo canale YouTube “Progetto Happiness”. In una intervista esclusiva per Leggo, Giuseppe racconta i giorni passati in Iraq.

 

Com’è nata la vostra partecipazione alla missione di Emergenza sorrisi?

«Io e Andrea ci conoscevamo già, perché avevo dedicato alla sua storia un episodio del mio progetto su YouTube. Di lì, siamo diventati amici e qualche mese fa mi ha chiesto di seguirlo in Iraq con la Onlus per documentare il tutto. Non ho esitato ad accettare. Siamo stati sette giorni con i professionisti di “Emergenza sorrisi”, che hanno lavorato sodo e senza sosta. Loro investono il proprio tempo libero in queste missioni, sottraendolo a vacanze e relax: è pazzesco».

 

Come si svolgeva la giornata?

«Sempre nello stesso modo: sveglia alle 7.00, colazione, dalle 8.00 alle 21.30 in ospedale, poi cena e si tornava a letto. La struttura dell’ospedale aveva al suo interno delle guest house dove alloggiavamo: case molto grandi ma con pochi comfort, compresa l’acqua corrente che spesso mancava. Siamo stati trattati benissimo, perché gli italiani lì sono visti come eroi e quindi serviti al massimo delle loro possibilità. Non era possibile uscire dalla struttura perché tutto blindato da poliziotti e militari che sorvegliavano la zona».

Poteva seguire le operazioni da vicino?

«Sì, anche perché io ero lì per girare un reportage, quindi era necessario che riprendessi tutto. La sala operatoria era “di campo”, creata apposta per le operazioni che in media duravano un’ora e svolte in condizioni igieniche critiche. Nonostante questo, però, l’equipe è riuscita a portare a termine 98 operazioni in pochissimi giorni. Io ero lì e potevo guardare, riprendere e chiedere informazioni a medici e infermieri che si sono mostrati molto disponibili. Mi sono sentito parte di un team speciale: non ho mai visto più dedizione al lavoro. Nel frattempo, fuori dalla sala, Andrea faceva clownterapia ai bambini in attesa di sottoporsi all’operazione, intrattenendoli con giochi e scherzi».

 

Ci sono stati momenti di sconforto durante le operazioni?

«Sì, alcune operazioni sono state molto delicate, anche per mancanza di accessori medici. In un paio di interventi, i bambini non rispondevano: eravamo tutti col fiato sospeso. L’equipe doveva coordinarsi e trovare una soluzione immediata: ci sono sempre riusciti».

 

I bambini come affrontano l’operazione?

«Ci sono bambini di diverse età: da neonati a bimbi di 5 o 6 anni. Soffrono molto, perché le malformazioni al viso non permettono loro di mangiare bene, respirare e parlare e questo comporta anche l’emarginazione da parte della società per cui subentrano problemi psicologici. Dopo l’operazione, i piccoli erano sedati e venivano portati subito via, per cui non era più possibile vederli se non appena operati: il cambiamento del viso era lampante. Purtroppo questo problema è molto frequente perché l’Iraq, essendo uno dei paesi più sottosviluppati al mondo, non permette alle donne incinta di assumere l’acido folico (che normalmente riduce fino al 70% le malformazioni e altri rischi per il feto), ed è frequente l’unione fra familiari stessi che porta all’alterazione genetica».

 

Sul suo profilo IG @progettohappiness ha avviato una raccolta fondi per supportare l’emergenza. Qual è stata la risposta del web?

«Per la prima volta ho usato Instagram per fare una raccolta fondi e l’esito è stato molto positivo, nonostante in Italia l’attenzione verso questo problema sia abbastanza bassa. Sono molto orgoglioso dell’altruismo dimostrato dai miei follower che hanno donato 5.000 euro alla Onlus. Ogni operazione costa 250 euro quindi, con il denaro raccolto, si potranno fare circa 20 operazioni. Sono felice che la gente si fidi di me».

Da questa missione è tornato cambiato?

«Sembra una banalità, ma quando vivo queste esperienze mi rendo conto di essere già felice. Ho imparato molto dai dottori e dagli infermieri che danno tanto senza ricevere nulla, ma soprattutto dai bambini che riuscivano a comunicare con un sorriso a metà. Per loro avere sembianze normali significa essere felici».


Ultimo aggiornamento: Martedì 3 Agosto 2021, 16:55
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