Donare il sangue ai tempi del Coronavirus, tra distanza di sicurezza da mantenere e crisi di donatori: «Dopo 20 anni sono tornato farlo»
di Massimiliano Di Giorgio

Donazione sangue ai tempi del Coronavirus: «Dopo 20 anni sono tornato farlo»

Erano 20 anni che non donavo più il sangue. Un po’ la dimenticanza, un po’ la pigrizia, un po’ il fatto che tanto, alla fine, c’è qualcuno che ci pensa, mentre tu ti preoccupi e ti impegni, o versi denaro, per l’ambiente, per i diritti umani, per i bambini in zone di guerra. Che sono altre cause importanti. 

Ci pensavo, andando a piedi al centro trasfusionale del San Giovanni-Addolorata, su via di Santo Stefano Rotondo, insieme a tanti altri che ieri hanno sentito l’appello della Protezione Civile a versare sangue. Tra l’altro, il Lazio è una delle Regioni in maggiori difficoltà, perché dall’inizio dell’emergenza i ranghi degli abituali donatori si sono parecchio sfoltiti, e c’è il rischio di carenze nelle sale operatorie.

Poco prima delle 10 ho davanti a me 14 persone. Altre, parecchie, ne arrivano subito dopo. Meno di un terzo ha la mascherina, ci sono forse più uomini che donne, il più giovane ha meno di 30 anni. Arrivi, prendi un numeretto, compili un modulo di quattro pagine e aspetti che ti chiamino. 

Il problema è rispettare le distanze di sicurezza: nella sala d’aspetto al primo piano ci sono una decina di persone e ogni tanto esce un medico o un’infermiera a chiedere di spostarsi in corridoio e formare una fila. 

Di solito ho almeno una penna in tasca - deformazione professionale - ma adesso no, e come gli altri mi ritrovo a pescare una biro da un barattolo, pensando per un attimo al fatto che potremmo aver toccato tutti un oggetto infetto. Poi però mi convinco che le probabilità sono più che scarse. E comunque, con l’età sono diventato più fatalista.

A registrare i donatori c’è un uomo - un amministrativo, credo - in là con l’età e senza guanti né mascherina, anche se è costretto a maneggiare i moduli. Ma non pare affatto preoccupato. 

Poi si passa al controllo medico: temperatura, pressione, emocromo. Il dottore che ti esamina rilascia anche un foglio in cui si attesta che hai donato il sangue. Se entro due giorni dalla donazione ti viene la febbre, devi chiamare un numero per avvertirli. Sto per chiedere se sul campione di sangue faranno il controllo per il Covid-19, ma mi astengo.

Il medico mi spiega che i donatori oggi sono almeno quattro volte il numero di un giorno medio, prima che iniziasse l’emergenza. Siete preparati?, domando. Sì, mi risponde, ma conferma anche che il problema è mantenere le famose distanze.

Alla sala prelievi ti chiamano per cognome. Ci sono tre postazioni e altrettante infermiere. Due, con un taglio di capelli post-punk, le ciocche bianche e nere. Le finestre sono tutte aperte, la radio accesa, Piero Pelù canta “Gigante”, il brano dedicato al nipote che deve “cavalcare il mondo”; cantano anche le infermiere, sembra di buon auspicio.

Le tre sono gentili, hanno guanti e mascherine e scherzano su quanto sia d’impaccio portarli. La sacca da riempire mi sembra enorme e non ho fatto colazione - in realtà si può mangiare e bere prima del prelievo, basta evitare latte e derivati - mi piglia un po’ d’ansia. L’infermiera se ne accorge e mi chiede se è tutto ok. Sì, ce la faccio, anche se fatico a stringere la palla di gomma che mi hanno dato e che serve a favorire il deflusso del sangue. Ma è che sono mancino, e ho l’ago nel braccio destro.

Il tempo però passa velocemente. Alla fine ho diritto al Buondì Motta, una merendina d’infanzia, e al caffè in cui metto lo zucchero, facendo uno strappo alla regola. So già che tra tre mesi tornerò: emergenza o no, è sempre per una buona causa.
Ultimo aggiornamento: Venerdì 13 Marzo 2020, 17:54
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