Diario della quarantena: i dieci piccoli momenti di trascurabile felicità
di Boris Sollazzo

I dieci momenti di trascurabile felicità della quarantena

Non pensavo che frigorifero, microonde e forno fossero così simpatici. Non immaginavo che le piante parlassero e sapessero anche insultarti, perché dopo averle trascurate per mesi permettendo loro di invadere ogni centimetro del nostro balcone ora abbiamo iniziato a curarle, potarle, innaffiarle, persino pulir loro le foglie come nostra signora Barbara d’Urso ci ha insegnato a fare con le mani.

Basta con questa retorica della noia, come se non sapessimo divertirci con poco, ritrovare spazio per la meditazione e la riflessione. Pensate che io ho rispolverato Ruzzle, per uscire almeno virtualmente ho riattivato l’account di Second Life e infine ho videochattato con i miei compagni delle elementari facendo la prima rimpatriata via Skype. Prima che ve lo chiediate, sì Fabris ero io.

Detto questo, questa quarantena ha delle cose belle. In questa quotidianità che ci spiazza, trovi dei dettagli che ti colpiscono, ti emozionano. Tra un video, una canzone e un meme - tutti noi ne stiamo ricevendo e girando, costantemente, perché i geni della Rete ora hanno il tempo di realizzare ogni idea, anche la più malsana, che gira loro per la testa -, tra le risate isteriche che mascherano la paura che abbiamo in ogni momento, si fanno strada piccoli momenti di trascurabile felicità. Abbiamo provato a metterne in fila una decina (diteci i vostri).

1 L'arrivo di corrieri e rider. Ragazzi - e anche uomini e donne che avete un’età in cui una scrivania dovreste averla, e non portarmela -, noi sappiamo come vi trattano. Perché Jeff Bezos non è solo un pulciaro quando ritira la sua solidarietà digitale nel momento in cui tutta l’Italia diventa zona rossa, mica come Matt Keezer, che dà Pornhub premium a noi tutti, belli e brutti. Certo, ci deve spiegare che razza di utenti ha se tra le maggiori ricerche di tendenza sul suo sito c’è Giuseppe Conte, ma sulle perversioni, anche quelle più inquietanti, non si deve sindacare. Torniamo ai corrieri e ai rider: sfruttati e ora ancor più oberati di lavoro, è comunque bello vedervi. Siete diventati i miei barman di Shining. Le laute mance che vi lascio sono un obolo per il sostegno psicologico dei vostri gesti, il sorriso che fate alla mia battuta o le poche parole che mi rivolgete. Mi dite “firma qua” oppure “mi dica il codice che le ha comunicato Poste” e io mi sento al Papeete. Per tacere di quando apro i vostri pacchi: neanche a Natale, a 5 anni, ero così entusiasta. Solo che qui li ho pagati io.

2 I nonni fuori dal balcone. Avete mai visto due nonni guardare il nipote dal balcone ai tempi della quarantena? Comunicargli tutto il loro amore con la voce, con le loro espressioni, con i gesti, ricambiati con lo sguardo e irresistibili smorfie? Avete mai sentito quel sentimento più forte di baci e abbracci, quella lingua solo loro con cui comunicano e si capiscono perfettamente e da cui anche tu, genitore, sei escluso? Voi che avete parenti malati, positivi, e non potete toccarli, sentirli addosso, imparate quella lingua. Sarà ancora più speciale, potente star loro accanto. Non abbiate paura: come quel nipote e quei nonni, vi capirete.

3 Mio figlio che applaude. Alle 12, in terrazza, giochiamo, per avere l’illusione di star fuori. Parte l’applauso a quell’esercito di eroi che stanno mettendo a repentaglio la loro salute fisica e mentale per provare a salvarci. E come succede di questi tempi, mi commuovo. Solo dopo qualche secondo guardo mio figlio di un anno. Applaude anche lui, faccia seria e solenne. Ha capito. Come quando balla sulle ginocchia perché il vicino alle 18 canta De Gregori o Lella. E le vicine cantano a squarciagola (un giorno dovranno spiegarci perché una canzone su un femminicidio è così amata dalle donne). Sono appuntamenti fissi di una vita sospesa: saranno retorici, a volte un po’ trash, in alcuni casi, direbbe Christian De Sica, “una cafonata pazzesca”. Eppure ci si risente una comunità: da misantropi che non salutavano neanche in ascensore abbiamo ripreso a parlarci dai balconi, come quella nonnina che sventola fiera il tricolore con le nostre quattro coppe del mondo di calcio e sa i nomi di tutti. Ricordiamoci di lei anche quando sarà tutto finito. E di noi.
Però questo in futuro non ci autorizza comunque ad applaudire su un aereo quando atterriamo, sia inteso.

4 Scatole. Sono un giornalista che scrive soprattutto di spettacoli e cultura. Forse è per questo che in questi giorni ordino libri, cd, film, fumetti in grande quantità. Perché quei settori soffrono e soffriranno tremendamente delle conseguenze di questa pandemia. I miei sono quasi acquisti solidali. E così mi sono imbattuto in Scatole, dei Pinguini Tattici Nucleari, quelli di Ringo Starr a Sanremo. Canzone struggente, tenera, dura, bellissima. Che ci ricorda che le case in cui siamo “imprigionati” sono solo scatole dove la gente si rifugia quando fuori piove. E pure le canzoni.

 

5 Gli estranei. Ci si saluta ora, sempre, come sui sentieri di montagna. Magari davanti al cassonetto, perché ormai buttare l’organico è diventato una gita fuori porta e in fila al farmacia si fraternizza. E poi scrivi qualcosa in cui le persone si riconoscono e loro ti contattano. Ti aprono le porte del cuore e delle loro esistenze ferite - a te che hai mamma e figlia positive e in ospedale, va il mio pensiero ogni giorno - o ti raccontano solo qualche aneddoto buffo della loro quarantena e tu sei in un attimo più ricco. E i social, da cui te ne stavi andando schifato ed esasperato, diventano quei caffè in cui ci si incontrava, confrontava, scambiava un’occhiata decenni fa. E hai meno paura, perché sei meno solo. Che poi era quello che in Io sono leggenda cercava disperatamente il protagonista: la testimonianza che vi fosse qualcun altro. Perché parafrasando uno dei più grandi fessi del millennio, Christopher McCandless, “l’infelicità è sopportabile solo se è condivisa”. Ma qui non è mors tua vita mea - anche se lo senti eccome il sollievo dei sani quando non è toccato a loro ma a te - ma la consapevolezza che andrà tutto bene, ce la potremo fare se ognuno farà la sua parte. E se nel frattempo ci scambieremo un sorriso, una parola, un gesto gentile.

6 La retorica. Sì, a volte serve. Di tanto in tanto Caressa che esulta dopo Italia-Francia - grazie Sky che ce la rimandi senza sosta, quella finale del 2006 - ci vuole. Sentirsi parte di qualcosa di unico, sentirsi un po’ eroi, può far bene. Sempre non prendendosi troppo sul serio, come il Mastandrea in costume da fumetto in Figli. Una cosa così chi se la sarebbe immaginata? Se la retorica, la commozione facile, un video motivazionale ci fanno bene, non dobbiamo vergognarci. Pure i cinesi che sulle casse con le forniture mediche scrivono il verso della Turandot “Dilegua, o notte, tramontate stelle! All’alba vincero!” (lì l'amano così tanto l’opera di Puccini che Cocciante gliela sta riscrivendo da capo e i loro artisti più importanti hanno intonato, proprio contro il Coronavirus, Nessun Dorma”). Ci sarà tempo e modo di tornare cinici, sarcastici e irriverenti. E comunque alla fine di tutto, fidatevi, ringrazieremo di essere italiani. E non inglesi, americani o francesi.

7 Le tasse. Ho pagato l’Iva. Anche se non sto guadagnando nulla. Anche se potevo non farlo, grazie al decreto. Da anni mi lamento di uno Stato patrigno, ora invece me ne sento parte. Anche io ho aspettato mesi o anni per esami specialistici, ho passato notti in ospedali che avevano macchinari rotti (sempre quelli che servivano a me, peraltro). Ma è il Servizio Sanitario Nazionale che mi permette di andare gratis in terapia intensiva (e costa, allo Stato, 1500 euro al giorno) per due settimane o più, è sempre lui a darmi i migliori medici e infermieri che non si fermano un attimo. E io che ho sempre pagato le tasse, anche quelle che reputo più ingiuste, odio gli evasori, oggi più che mai: perché forse con qualche miliardo di euro in più le geniali ricercatrici dello Spallanzani avrebbero avuto un contratto migliore e tanti loro colleghi non sarebbero andati all’estero.

8 Ferragnez. Provate anche solo un'altra volta a parlar male di loro. Non mi piace la musica di lui, né l’attività social di lei. Mentre editorialisti dalla gran penna firmavano pezzi improbabili sulle città, i week-end e altre amenità, questi due ragazzi - che hanno il solo torto, per molti, di stare alla grande sul mercato della comunicazione e di saperci guadagnare più di tutti - hanno raccolto più di quattro milioni di euro, hanno permesso l’inizio dei lavori per un reparto supplementare del San Raffaele e per farlo si sono affidati alle persone giuste. Tra l'inizio del crowdfunding e l’apertura del reparto passerà poco più di un mese. E i radical chic che li criticano che fanno? I loro idoli si sono forse spesi per la comunità oltre belle parole e #iorestoacasa pronunciati da appartamenti lussuosi? Viva Chiara Ferragni, viva Fedez (anzi, ora lo tifo pure a Celebrity Hunted). E viva pure Leone, che ha un talento comico che mi alleggerisce l'animo di questi tempi.

9 Il passaverdure. Diciamocelo, abbiamo riscoperto la cucina. Noi che consideravamo friggere un sofficino un buon motivo per essere iscritti a Masterchef, noi che eravamo i profeti del sugo pronto, noi che l’insalata eravamo convinti crescesse già nelle buste, ora abbiamo rispolverato la parannanza con il fisico da culturista (o da pin-up in bikini) stampato su e sappiamo preparare pietanze che Cannavacciuolo scansati. E facciamo il pane e il sugo in casa, col passaverdure (e tacerò dei miei straordinari risotti). Un utensile che tanto quando lo guardano neanche capiscono cos’è, perché a te l’ha passato la nonna.

10 Rileggere, rivedere, combattere. Il tempo ti consente di tornare dove eri già stato. Un film che ti era piaciuto, capirlo e apprezzarlo meglio. Un progetto che non avevi finito e che era ancora acerbo e ora riesci a chiudere. O un libro. Come Emanuele nella battaglia di Daniele Vicari. Un capolavoro, la biografia di una famiglia e di una società avvelenata, la storia di una donna coraggiosa e di un ragazzo troppo puro, del territorio come presidio ora che davanti abbiamo il deserto. E sì, lo so che molti di voi ora penserà “io al lavoro ci sto andando”. Voi siete coloro che lavorano per quei criminali che persino di fronte a una pandemia non si fermano, la cui malattia infettiva è l’avidità egoista. E noi, diventando comunità, dovremmo, anzi dovremo combattere per voi


Ultimo aggiornamento: Giovedì 19 Marzo 2020, 08:53
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