La triste storia del condominio alla disperata ricerca di un capro espiatorio
di Boris Sollazzo

La triste storia del condominio infame

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i malati di coronavirus, e io non dissi niente, perché non ero malato. Un giorno vennero a prendere me, e non c'era rimasto nessuno a protestare”.

Mi perdonerà Martin Niemöller se rubo e parafraso sul finale il suo famoso sermone che per qualche oscuro motivo per decenni è stata attribuito a Bertolt Brecht, ma devo raccontarvi una storia.

Vi ho mentito, finora (nelle prime tre puntate) non va tutto bene. Ho provato a tener su il morale mio e di chi legge, ma evidentemente ho voluto vedere solo ciò che mi consolava. Ricordavo le 5 fasi del lutto ed ero convinto di essere arrivato all’accettazione. Ero partito dalla negazione - ma ti pare che è successo proprio a me, a noi? - prima di scrivere, ero passato per la rabbia, la contrattazione (al supermercato), la depressione che vi ho nascosto in qualche recesso dei miei pezzi ma che con attenzione potete trovare e poi l’accettazione fatta di 10 momenti di trascurabile felicità.

Il punto è che parafrasando un altro grande acrobata dei pensieri e delle parole, Tiziano Sclavi, c’è la quinta fase e mezzo. Quella dei bastardi, dei kapò, degli omuncoli. I quaquaraqua, direbbe Sciascia, ma forse è meglio definirli solo come ratti - e ci scuseranno questi animali per l’ingiusto paragone -, perché escono fuori dalle loro tane solo per portare una malattia ben peggiore del coronavirus: la loro meschinità.

Pensavo di essermi riconciliato con il genere umano, l’Italia e gli italiani tra balconi, flash-mob, applausi, una disciplina collettiva imprevedibile. Pensavo potessimo diventare migliori, poi come Manzoni incontrò la sua colonna infame ai tempi della peste, io ho trovato il condomin(i)o infame.

Vi racconto una storia che sta avvenendo a Roma. Una storia di piccoli uomini, di presunti untori e di mancata solidarietà. Una vicenda che dice molto su tutte le cose che abbiamo da imparare. Una storia di medici coraggiosi e indefessi che a volte sbagliano in buona fede, per stress e tensione. E che magari dicono che stanno andando a un tal piano a due condomini, che poi chiedono a uno sul pianerottolo, da chi siano andati, a quale porta abbiano bussato.

Così, per sapere dove dipingere la lettera scarlatta o la stella gialla. Parliamo di un vicino di casa che chiede ai medici perché siano lì e quei dottori, stanchi di troppe tute indossate e maschere sul viso, di girare come trottole e rischiare la vita, goffamente glielo fanno capire. Parliamo di una chiacchiera che comincia a girare, perché la diffonde chi fa da factotum nel palazzo e che è stato nominato caposcala - si sa, all’italiano dai un ruolo e si monterà la testa e sentirà di poter andare oltre la legge, come un bravo capofabbricato fascista - dall'amministratore.

Il primo pensa di fare la cosa giusta: non si chiede se le persone che addita siano state ligie al dovere o no (lo sono state, ben oltre il dovuto, osservando tutte le regole che gli sono state date e anche quelle che si sono dati loro, per prudenza), non pensa che abbiano bisogno di una mano. Costui sparge la voce, urla all’untore, chiama persino un parente stretto, ignaro, per avere conferme. Sì, lo so, vi ricorda quei collaborazionisti che ai nazisti indicavano le case “giudee”, quelli che per sentirsi importanti seminavano odio e raccoglievano disperazione.

E quei vicini sorridenti, quelli che salutavi e con cui parlavi ogni mattina, diventano iene, si scansano di vari metri quando ti incrociano per strada, gli amici che hai nel palazzo hanno paura per te, perché temono ritorsioni per le tue reazioni (legali, perché violare la privacy, su dati sensibili, è reato) e capisci che la mafia non è a Corleone, ma dentro di noi, che basta un po’ di potere, un pizzico di amoralità e tanta ignoranza per creare un ecosistema tossico.

E il virus non è quel buffo e implacabile organismo che in queste settimane ci fa tanta paura, non è quella malattia che a quella famiglia ha fatto dormire poche ore nelle ultime settimane, ma l’inciviltà di quegli inquilini che gli fanno fare il lavoro sporco. Perché meglio far sporcare le mani a lui, “altrimenti le altre mani chissà cosa pensano”. (cit.)

Il virus vero siamo noi, incapaci di fermare l’economia come di far fronte in modo adulto alle difficoltà, siamo noi che anche in questa guerra pensiamo solo a sopravvivere e pazienza se muoiono gli altri. Vi dico una cosa però. Le guerre si vincono rispettando i soldati, non togliendo loro la dignità. Si vincono andando a riprenderli a Dunkerque o salvando il soldato Ryan, non usandoli come merce, da kamikaze o facendoli morire come numeri sul fronte russo. Le guerre non si vincono se sopravvive il singolo, ma se resiste la comunità. Io, dal condominio infame, potrò andarmene e tornare a respirare aria pulita, ma questo paese può fuggire da se stesso?

Scusate se oggi non vi ho fatto sorridere, ma perdere di nuovo il sonno dopo averlo faticosamente riconquistato perché l’italiano medio e mediocre è sempre dietro l’angolo, anzi dietro il pianerottolo, è dura. Ed è una malattia questa molto più faticosa, dolorosa, pandemica del coronavirus. Perché quest’ultimo passerà, prima o poi. L’altra, invece, rischia di rimanere per sempre nel nostro DNA.

Nelson Mandela diceva: “Io non perdo mai. O vinco, o imparo.” Noi sapremo imparare da questa tragedia?
Ultimo aggiornamento: Domenica 5 Aprile 2020, 18:50
© RIPRODUZIONE RISERVATA