Da Biella in venti città «Uomini in scarpe rosse» per dire no alla violenza contro le donne
di Totò Rizzo

Da Biella in venti città «Uomini in scarpe rosse» per dire no alla violenza contro le donne

Uomini in scarpe rosse si muoveranno domani, sabato 27 novembre, in una ventina di città italiane per ribadire la condanna della violenza sulle donne, testimoniata giovedì dalla Giornata internazionale. Non è una marcia, non è una manifestazione, né una performance teatrale anche se dal mondo del teatro l’idea scaturisce. Da Nord al Centro, al Sud, professionisti, impiegati, studenti, uomini di tutte le età, in fila, silenziosi, guardando negli occhi gli altri uomini che casualmente incontreranno sul loro cammino per strade e per piazze, probabilmente affollate per lo shopping del fine settimana. Alla fine, un flash mob, muto anche questo, le parole scritte solo su cartelli. 

 

L’idea nasce a Biella, nove mesi fa, all’interno di una compagnia teatrale che ha trent’anni di vita e, oltre agli spettacoli propriamente intesi, qualche idea originale realizzata con successo, come il “Calendario dell’Avvento” proposto in streaming lo scorso Natale con brevi monologhi quotidiani dei protagonisti del Presepe (verrà bissato quest’anno) e il recente “RidonDante” che ha viaggiato d’estate per borghi, parchi, castelli per celebrare il settimo centenario del Sommo Poeta.

«È stato un j’accuse di Milena Gabanelli, intervistata da un telegiornale, a stimolare la nostra iniziativa – racconta Paolo Zanone, tra i fondatori di Teatrando nonché regista della compagnia – . La giornalista dichiarò: gli uomini solidarizzano sì contro i femminicidi ma alla fine non si espongono mai pubblicamente. È nata da lì l’idea di “Uomini in scarpe rosse”, il simbolo della protesta contro la violenza sulle donne inventato da Elina Chauvet, in fila indiana per le strade, una sorta di processione laica i cui occhi incrociano gli sguardi di altri uomini, in silenzio, un silenzio che interroga molto più che mille parole, che inchioda anche solo per un momento ad un esame di coscienza. D’altronde, come diceva Grazia Deledda, “le grandi cose si dicono in silenzio”».

Nessuna parola ma anche nessun effetto teatrale, nessun trucco e parrucco, una normalità (anche nel  maschile vestire quotidiano: giacca, camicia, cravatta) che diventava comunque un’anomalia per quelle scarpe rosse e soprattutto per quegli interminabili sguardi da uomo a uomo, dal primo all’ultimo della fila, «che creavano turbamento, imbarazzo, qualcuno girava gli occhi altrove o addirittura cambiava marciapiedi».

Quello strano “corteo” di Biella qualcuno lo ha fotografato e postato sui social, qualche altro lo ha filmato e pubblicato su Youtube, insomma “Uomini in scarpe rosse” ha suscitato curiosità, sono arrivati nella città piemontese gli inviati dei quotidiani, la televisione (anche le emittenti di altri Paesi), è partito un tam tam inarrestabile. Cui hanno risposto, dando il loro assenso, anche la stessa Chauvet e le associazioni femminili «che ci offrono un sostegno indispensabile». Da qui l’idea di scrivere a quelle città italiane che, nel corso dell’anno, erano state teatro di femminicidi».

E così, domani, oltre che a Biella, da dove tutto è partito, “Uomini in scarpe rosse”, in vari momenti della giornata, sarà “replicato” a distanza da Udine a Favara, da Genova (lo organizza lo storico Teatro della Tosse) a Somma Vesuviana, da Crema a Urbino, da Pescara a Racalmuto, da Rimini a Lamezia Terme dove si sono dati da fare i ragazzi dell’Istituto Tecnico, 800 allievi per la maggior parte maschi. «Non tutte le città hanno risposto, qualcuno ha trovato difficoltà organizzative, qualche intoppo amministrativo o burocratico, altri hanno scritto “non abbiamo trovato uomini disposti a sfilare” ed è stata la risposta più amara», chiosa Zanone. Pazienza, sarà per l’anno prossimo quando gli “Uomini in scarpe rosse” di domani, in silenzio, avranno sensibilizzato, occhi negli occhi, qualche coscienza maschile in più.


Ultimo aggiornamento: Venerdì 26 Novembre 2021, 18:28
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