Covid, la quarta ondata si avvicina? In Alto Adige mai così tanti casi da aprile. Sileri: «Terza dose a tutti da gennaio»

Covid, la quarta ondata si avvicina? In Alto Adige mai così tanti casi da aprile. Sileri: «Terza dose a tutti da gennaio»

Sembrava tutto finito o comunque sotto controllo, e invece la pandemia risale. Negli ultimi giorni si registra una risalita di contagi, a un anno esatto da quando, nell'ottobre 2020, il Governo introdusse le "Regioni a colori" e il coprifuoco alle 22: in attesa del bollettino nazionale di oggi pomeriggio, in Alto Adige si registra una importante risalita dei contagi. Dopo una tregua di sei mesi, sia i nuovi casi che l'incidenza su sette giorni superano soglia 100: sono infatti 115 i test positivi (40 su 864 tamponi pcr e 75 su 11.519 test antigenici).

 

Leggi anche > Natale 2021, come sarà il cenone tra vaccini e varianti. Le previsioni (poco rassicuranti) degli esperti

 

Per trovare numeri simili si deve infatti tornare indietro ad aprile. L'incidenza sale invece a 107. Un valore così alto è stato rilevato l'ultima volta il 28 aprile (109). Stabile invece la situazione negli ospedali con 50 ricoveri (44 nei normali reparti e 6 in terapia intensiva) e nessun decesso. Nelle ultime 24 ore sono stati dichiarate guarite 78 persone, mentre 2075 sono in quarantena.

 

Leggi anche > Pillola anti Covid, Pregliasco: «Dati sono promettenti, autorizzazione in due o tre mesi»

 

Stamattina ad Agorà, su Rai3, il virologo Fabrizio Pregliasco ha ammonito sul colpo di coda del coronavirus: non è ancora finita. «Un colpo di coda del virus non ce lo toglie nessuno. D'altronde c'è probabilità di infettarsi perché una quota di popolazione è ancora sensibile al contagio. Poi, con l'arrivo della stagione fredda andiamo incontro a sbalzi termici e si sta più al chiuso, mentre nel frattempo sta riprendendo la vita normale e le scuole sono aperte: è chiaro che tutto questo forza la possibilità di incremento dei casi».

 

Secondo il direttore sanitario dell'IRCCS Istituto Galeazzi Milano e professore associato all'Università degli Studi di Milano,l'aumento di casi è lo stesso che vediamo già in varie nazioni, «ognuna delle quali sta cercando di trovare soluzioni diverse. L'Italia sta tenendo più che bene, anche se con un sistema», basato sul green pass, «che può infastidire qualcuno». Ma rispetto a un paese come l'Inghilterra, «siamo stati come un diesel: abbiamo iniziato più lentamente ma ottenuto un risultato migliore» Rispetto allo zoccolo duro che non vuole vaccinarsi e al calo di prime dosi, l'esperto precisa: «è una parte difficile da erodere perché la vaccinazione non può contare sull'urgenza della malattia che ci porta a ingurgitare qualsiasi farmaco senza leggere i bugiardini». Questo, conclude, «mi lascia sconsolato rispetto al lavoro che faccio quotidianamente, perché vedo scarsi risultati nel guadagnare terreno su questo fronte».

 

Contro la nuova ondata, quest'inverno probabilmente l'arma principale sarà ancora il vaccino, e quindi nei primi mesi dell'anno arriverà la terza dose per tutti, ha fatto sapere invece a Radio Capital il sottosegretario alla Salute Pierpaolo SIleri. «Verosimilmente la terza dose sarà necessaria per tutti» e con precedenza a chi ha fatto il vaccino Johnson&Johnson «che avrà bisogno di un richiamo a tempi brevi». Ma «entro l'anno si procederà a somministrare la terza dose per anziani e personale sanitario. Poi da gennaio al resto della popolazione, scaglionato in base a quando è stata somministrata la prima e la seconda dose».

 

La scelta della terza dose, sottolinea il sottosegretario, «è auspicabile sia condivisa di tutta Europa, considerando il boom di contagi in alcuni paesi europei», dove insieme ai casi «aumenta il rischio che si diffondano nuove varianti». Quanto al vaccino per proteggere dal Covid la fascia 5-11 anni «il suo arrivo dipenderà dagli enti regolatori, e appena sarà approvato sarà disponibile in Italia, io a mio figlio lo farei senza dubbio. Ho un figlio di 2 anni e se ci fosse un vaccino disponibile per la sua età lo farei subito. Purtroppo ancora non c'è» conclude.

 

Lo studio: fino a marzo 2020 rilevato solo il 3% dei casi

 

Il Covid è stato introdotto in diverse aree dell'Europa e degli Stati Uniti prima della fine di gennaio 2020 e la sua diffusione nei primi tre mesi del 2020 è stata in gran parte non rilevata, a causa della limitata capacità di identificare e testare i casi sospetti in quel periodo. Solo l'1-3% circa delle infezioni è stato rilevato in queste aree fino a marzo 2020. Emerge da uno studio pubblicato su Nature a cui hanno contributo anche la Fondazione Isi di Torino e la Fondazione Bruno Kessler di Trento. Gli autori suggeriscono che test più diffusi e criteri di test più ampi potrebbero aver consentito un rilevamento e interventi precoci per prevenire la diffusione del virus. L'analisi indica che all'inizio di marzo 2020 circa 9 infezioni su 1.000 sono state rilevate negli Stati Uniti e 35 su 1.000 in Europa.

 

Le stime sui tempi di introduzione variano in base al paese o allo stato. Secondo lo studio è probabile che l'inizio della trasmissione sia iniziato verso la fine di gennaio in California e all'inizio di febbraio nello stato di New York, ma forse fino a due settimane prima in Italia. Non si può escludere la possibilità di eventi di introduzione e trasmissione già a dicembre 2019, sebbene la probabilità sia molto contenuta. Sia in Europa che negli Stati Uniti - rilevano i ricercatori - l'introduzione di Sar-CoV-2 dalla Cina è stata importante solo nella primissima fase dell'epidemia. Con l'evolvere dell'epidemia è diventato sempre più rilevante il contributo delle introduzioni domestiche, che hanno contribuito a sincronizzare le epidemie nei diversi stati di Europa e Stati Uniti. 


Ultimo aggiornamento: Martedì 26 Ottobre 2021, 15:00
© RIPRODUZIONE RISERVATA