Il sindaco di Codogno: «Al telefono dissero: qualcosa non va, centinaia persone stanno malissimo»

Il sindaco di Codogno: «Al telefono dissero: qualcosa non va, centinaia persone stanno malissimo»

di Simona Romanò

«La sensazione di essere allo stremo, la pelle d’oca e un freddo mai provato prima. Non ci sono parole per descrivere i sentimenti nelle settimane più drammatiche». Francesco Passerini, 38 anni, sindaco di Codogno, Comune del Lodigiano alle porte di Milano, di circa 16mila abitanti, dove fu diagnosticato, la sera del 20 febbraio 2020, il paziente 1 italiano colpito dal Covid, racconta i momenti più duri della pandemia.

Sindaco, cosa ricorda di quel fatidico giorno?

«È mezzanotte e 10 minuti del 21 febbraio 2020, stavo mangiando in un bar con un consigliere comunale dopo una lunga riunione. Squilla il telefono. È l’allora prefetto di Lodi, Marcello Cardona: “Francesco, il primo caso di Coronavirus in Italia è a Codogno. Ci aggiorniamo”. Rimango senza fiato. Saluto il consigliere, vado a casa e mi attacco al telefono. Prendo coscienza di ciò che sta succedendo grazie al presidente della Croce Rossa locale che mi dice: “Abbiamo centinaia di chiamate di persone che stanno malissimo. Qualcosa non va”.  Ho i brividi lungo il corpo».

La primissima sensazione? Aveva paura?

«La paura c’era, anche di ammalarsi, ma doveva tenerla lontano per reagire e tutelare i miei concittadini. E il giorno dopo, con coraggio, ho firmato l’ordinanza con cui chiudevo tutto: centri di aggregazione, negozi, attività. Qualcuno mi credeva pazzo. Poi, è arrivata la prima zona rossa».

Codogno ha pagato un duro prezzo per numero di vittime.

«La prima ondata, più di tutte le altre, è stata un dramma epocale: dal 21 febbraio 2020 all’8 maggio sono morte 242 persone. Il mese peggiore è stato marzo con 149 defunti a fronte di una media normale di 40. Le sei camere mortuarie erano piene e non si potevano celebrare i funerali. Ma i nostri morti non dovevano finire altrove».

Cosa avete fatto?

«Io e i volontari della Protezione Civile abbiamo svuotato la chiesa vicino la stazione per metterci le bare. Era un via vai continuo  di ambulanze e carri funebri, giorno e notte. Sembrava non dovesse finire mai: le persone salivano in ambulanza con le proprie gambe e, poche ore dopo, dovevano essere intubate».

La tempesta non ha spezzato Codogno.

«Abbiamo sofferto, preso colpi, ma non abbiamo mai mollato. Tutti a Codogno hanno perso persone care».

Lei?

«Tantissimi amici, familiari no: per settimane ho visto solo dalla finestra, senza mai incontrarli, i miei genitori e mia nonna che compie 96 anni il 14 febbraio. Dovevo proteggerli da me, che ero troppo  a rischio contagio».

A livello umano, cosa ci ha lascerà la pandemia?

«L’errore più grosso, ci insegna Papa Francesco, è disperdere l’insegnamento che la pandemia ci ha lasciato. Non dobbiamo dimenticare la forza della comunità: a Codogno, il Covid l’abbiamo fronteggiato tutti insieme, buttando il cuore oltre l’ostacolo. Facendo di tutto per non lasciare nessuno da solo». 

E ora, com’è Codogno?

«Si è alzata. Il  2022 deve essere l’anno della definitiva ripartenza. E nel 2023 Codogno sarà il Comune europeo dello sport: dimostreremo a tutti che non è il paese del Covid, perché il lodigiano è un territorio pieno di vita che vuole crescere».


Ultimo aggiornamento: Giovedì 10 Febbraio 2022, 08:10
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