Coronavirus, Crisanti: «Ecco come, violando i protocolli, abbiamo salvato il Veneto»
di Enrico Chillè

Coronavirus, Crisanti: «Ecco come, violando i protocolli, abbiamo salvato il Veneto»

Da un lato Andrea Crisanti, il direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell'università di Padova. Dall'altro i vertici della Regione Veneto, che hanno deciso di fronteggiare a ogni costo i primi effetti dell'epidemia sul territorio. È lungo queste due rette parallele che si snoda il cosiddetto 'modello Veneto', quello che ha permesso alla Regione di ottenere i miglior risultati d'Italia di fronte al dilagare del coronavirus. Il microbiologo romano, arrivato a Padova dopo aver lavorato all'Imperial College di Londra, è l'artefice della grande risposta veneta all'emergenza e al Corriere della Sera ha spiegato le sue mosse.

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Tutto è iniziato il 29 gennaio, quasi un mese prima della scoperta del paziente 1 a Codogno. Andrea Crisanti, in una mail inviata a studenti, docenti e ricercatori di rientro dalla Cina, dopo aver informato anche il rettore Rosario Rizzuto, aveva chiesto a tutti di sottoporsi ad un test, anche in assenza di sintomi. «Alcuni segnali mi avevano convinto che si trattava di un’importante fonte di contagio. Bisognava fare in fretta e io potevo procedere perché mi stavano arrivando da Londra i reagenti dei tamponi, comprati il 29 usando una parte dei fondi a mia disposizione all’Imperial College (13 milioni di euro in totale, ndr)» - racconta oggi il professor Crisanti - «Abbiamo sottoposto a test anche cittadini cinesi residenti sul territorio, compresi gli asintomatici. All'epoca i protocolli consentivano di fare tamponi solo su chi avesse problemi respiratori e febbre pari o superiore a 38: riconosco di averli violati, ma ho fatto bene».

I test a tappeto, prima della metà di febbraio, ad un certo punto si fermano. Andrea Crisanti lo spiega tirando in ballo Domenico Mantoan, direttore generale della sanità regionale, braccio destro di Luca Zaia e presidente dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa). «Ad un certo punto è arrivata una sua lettera, che ci ha ordinato l'immediato stop al campionamento perché la Regione non avrebbe coperto il costo dei tamponi agli asintomatici. Peccato, avremmo potuto scovare molti positivi e controllare meglio l'epidemia sul nascere, ma lui mi aveva rimproverato di non aver rispettato le linee-guida dell'Unità di crisi del Ministero della Salute» - spiega ancora Crisanti - «A lui avevo subito risposto scrivendo che avrei trovato opportuno fare il test a tutti coloro che provenivano da aree endemiche o a contatto con infetti, anche in assenza di sintomi. Solo dopo il focolaio a Vo' siamo ripartiti con i tamponi agli asintomatici, finalmente le nostre posizioni coincidevano e abbiamo così scoperto che il 40% dei pazienti positivi era asintomatico. A quel punto abbiamo deciso di cercarli anche nel resto del Veneto, per essere pronti a controllare subito eventuali focolai».

Oltre alla violazione dei protocolli sanitari da parte di Andrea Crisanti, la Regione Veneto aveva poi deciso di forzare la legge sulla privacy per motivi di salute pubblica, incrociando i dati di tre archivi in grado di identificare nomi, luoghi e contatti stretti di ogni positivo. A realizzare il sistema è stato un ingegnere che lavora per le Asl del Veneto, Lorenzo Gubian, che ha spiegato: «I primi tre casi risalgono a venerdì 21 febbraio, due giorni dopo avevamo iniziato a preparare il progetto e siamo partiti l'8 marzo. Abbiamo messo insieme i dati dell’anagrafe sanitaria, per avere gli indirizzi dei contagiati e dei conviventi, quella dei dipendenti del sistema sanitario e da ultimo il database di Veneto Lavoro, l’agenzia regionale che raccoglie i dati di tutti i dipendenti delle aziende e dei datori».

Il sistema ideato da Lorenzo Gubian ha permesso, in pochi clic, di trovare i soggetti positivi a partire dalla mappa del Veneto e ottenere immediatamente diverse informazioni (età, codice fiscale, tessera sanitaria, medico curante, conviventi, luogo e datore di lavoro). «Ovviamente in tempi normali non avremmo ptotuto farlo, ma l'abbiamo fatto per un interesse superiore: non dovevamo farci sfuggire un solo positivo e in questo modo potevamo individuare subito i primi focolai» - spiega l'ingegnere - «Solo quattro persone hanno accesso a questo sistema, che ovviamente a fine emergenza dovrà essere chiuso perché incrociare diverse banche dati è una violazione della privacy». Oltre a Luca Zaia, solo l'assessora alla Salute Manuela Lorenzin, il direttore della sanità veneta Domenico Mantoan e la direttrice della task force anti-coronavirus Francesca Russo hanno acceso al sistema che ha consentito di tracciare in modo quasi istantaneo i contagi.

Nonostante qualche polemica a distanza tra Luca Zaia e Andrea Crisanti (col governatore che ha rimproverato al microbiologo di essere troppo in tv e di non aver riconosciuto i giusti meriti a Francesca Russo), quello del Veneto resta un modello lodevole. Lo dimostrano i numeri, chiarissimi: dall'inizio dell'emergenza, in tutta la Regione, si sono registrati 1800 decessi, a fronte dei circa quattromila di Piemonte ed Emilia-Romagna e i 16mila della Lombardia.
Ultimo aggiornamento: Martedì 2 Giugno 2020, 23:03
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