Coronavirus, la denuncia di Fabio: «Mio padre morto senza neanche una visita. Ci hanno detto: potete pregare»
di Chiara Jommi Selleri

Bergamo, la denuncia di una famiglia: «Papà morto senza una visita. Ci hanno detto: potete pregare»

«Ci hanno detto che potevamo solo pregare». Fabio Ferrari, 39enne di Castel Rozzone, piccolo Comune vicino Bergamo, ha la voce spezzata mentre racconta la tragedia che ha colpito la sua famiglia. Suo padre Giacomo, 62 anni, è morto lo scorso 27 marzo di coronavirus dopo un’agonia durata 14 giorni. Ore interminabili nelle quali Fabio e sua madre, entrambi ammalati, hanno cercato disperatamente aiuto, ma sono stati lasciati da soli di fronte alla malattia e alla morte.

Quando inizia il calvario di suo padre?
«Il 13 marzo, quando inizia ad avere una febbre strana e intermittente. Papà non esce da più di un mese e ha deciso di chiudere la sua azienda prima del tempo, per cui io e mia madre speriamo non si tratti di Covid-19. La febbre, però, sale e noi ci spaventiamo».

A chi vi rivolgete?
«Cerchiamo immediatamente il nostro medico di base, ma il suo telefono è staccato. Ci dicono che, forse, è malato anche lui. Al suo posto ci rimandano a un numero verde dopo l’altro. Attendiamo per ore prima di ricevere una risposta. È il caos. Ci dicono che neppure sanno dell’esistenza del nostro Comune. E poi: “Suo padre è giovane e in salute, non avrà problemi”».

I medici cosa vi consigliano di fare?
«Ognuno ci dà un parere diverso. Chi dice di somministrargli un antibiotico, chi la tachipirina. Chiamo l’ultimo numero, estenuato. Risponde l’ennesimo medico. “Potete solo pregare”, mi dice. E attacca».

Nessuno disposto a visitarlo?
«Nessuno. Tutti continuano a ripetermi che non devo rivolgermi al 112 perché papà non ha difficoltà respiratorie. Nel frattempo anche io e mia madre iniziamo a sviluppare gli stessi sintomi. Chiediamo aiuto ovunque, ma nessuno ci ascolta. Nessuno ci visita. Al telefono ci trattano come condannati a morte. Con la febbre a 39 accudisco mamma e papà giorno e notte. Da solo».

Quando precipita la situazione?
«Mio padre viene ricoverato in ospedale il 23 marzo quando, nonostante i pareri contrari, decido di chiamare il 112. I medici ci tranquillizzano, la sua situazione sembra stabile. È sotto ossigeno ma i polmoni stanno riprendendo le loro funzioni. Io e mamma ricominciamo a respirare. Il 26 ci dicono che sta benissimo. Poi arriva una chiamata. “Non respira bene, ma pensiamo sia l’ansia”, ci dicono. Mezz’ora dopo la seconda: “Suo padre non ce l’ha fatta”».

Cos’è che le fa più rabbia?
«Papà è morto da solo e noi non abbiamo potuto neanche salutarlo. Lo abbiamo fatto affacciandoci alla finestra, mentre il carro funebre passava sotto casa. Nessuno che sia venuto a visitarlo. Nessuno che abbia ascoltato il nostro grido. Non si può lasciare una famiglia da sola in balia del suo destino. E la nostra storia, purtroppo, è solo una delle tante».
Ultimo aggiornamento: Martedì 7 Aprile 2020, 08:31
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