Coronavirus, Giorgio Gori: «La sanità lombarda non è stata all'altezza». Bufera sul sindaco di Bergamo anche per le ipotesi del contagio

di Enrico Chillè
Una polemica dietro l'altra. Nei giorni più drammatici per Bergamo, una delle città più martoriate dall'emergenza coronavirus, il sindaco Giorgio Gori lancia pesanti accuse e prova anche ad avanzare ipotesi sul contagio in Lombardia, ma finisce inevitabilmente nel mirino dei rivali politici. Ecco cosa è successo, a cominciare dalla critica del primo cittadino bergamasco al sistema sanitario della Lombardia.

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Tutto è iniziato con un'intervista rilasciata da Giorgio Gori a Claudia Guasco per Il Messaggero. «Siamo di fronte ad una prova inimmaginabile, è necessario dialogare soprattutto con chi sta negli ospedali. Qui in provincia abbiamo un deficit che riguarda la sanità del territorio, che non è confrontabile con quella di Veneto e Emilia Romagna. Purtroppo ora ne abbiamo la prova: la sanità della Lombardia ha dei limiti» - aveva dichiarato due giorni fa il sindaco di Bergamo - «La rete territoriale non è all'altezza, il primo baluardo sarebbe la medicina generale ma da noi è troppo debole: ci sono troppe persone arrivano in ospedale tardi e in pessime condizioni, devono essere intubate in terapia intensiva. Senza contare chi in ospedale non ci arriva proprio e muore in casa, senza essere censito e sfuggendo quindi alla mappatura dei contagi. Solo in provincia sono 112 e si fa fatica dare l'assistenza con l'ossigeno, a intercettare per tempo queste persone e in ospedale non c'è posto per tutti».

Nella stessa intervista, Giorgio Gori aveva anche spiegato: «La provincia di Bergamo è molto operosa e densamente popolata. A differenza della provincia di Lodi, è molto più industrializzata. Se riuscissimo a ripartire prima di settembre sarebbe davvero un buon risultato. Ma perché tutto torni come prima forse ci vorranno dieci anni. Capisco perfettamente la preoccupazione dei lavoratori, ma non credo che lo sciopero generale sia la mossa giusta».

La critica di Giorgio Gori era diventata immediatamente l'occasione per uno scontro politico. Diversi esponenti, regionali e nazionali, del centro-destra e in particolare della Lega, non hanno tardato a rispondere in modo deciso alle parole del sindaco di Bergamo. «Invece di attaccare in modo squallido e inaccettabile la sanità della Lombardia, fatta di medici e infermieri impegnati ogni giorno in prima linea, dovrebbe ripensare ai tagli alla sanità e chiedersi perché da Roma non arrivano respiratori, mascherine e strumenti di protezione individuale per le regioni del Nord» - le varie dichiarazioni di esponenti leghisti, da Massimiliano Romeo a Riccardo Molinari, fino a Gian Marco Centinaio, in risposta a Giorgio Gori - «Non ne ha azzeccata una dall'inizio dell'emergenza, proponendo biglietti dei bus pubblici scontati per fare shopping o la riapertura dei musei cittadini, invece di polemizzare dovrebbe stare accanto alla comunità medica lombarda».
 

Anche Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia, non le ha mandate a dire a Giorgio Gori: «Lo sviluppo del coronavirus non è nato dentro gli ospedali, il Ministero della Salute aveva dato direttive di fare tamponi a chi arrivava dalla Cina e aveva problemi respiratori e la Lombardia, come il resto d'Italia, si è adeguata. Il virus non si è diffuso negli ospedali, ma nei luoghi pubblici. La Lombardia è il sistema più solido che è stato in grado di reggere a un'onda d'urto spaventosa, purtroppo arrivata nella nostra Regione per una totale casualità».

Le critiche a Giorgio Gori arrivano dappertutto, anche dal fratello, Andrea Gori, primario di Malattie infettive al Policlinico di Milano: «In questo momento, Giorgio è distrutto e provato da quello che la città sta vivendo. Sono distrutto per Bergamo e sento mio fratello più volte al giorno, in questo momento tocca intervenire di più a chi ha in mano l'aspetto sanitario, per cui penso che la sua parte la debba fare prevalentemente la Regione e la sta facendo bene. Quello che è stato fatto a Bergamo, così duramente provata, è stato un esempio incredibile di efficienza del nostro sistema sanitario regionale. Dobbiamo esserne molto fieri».

Più composta è stata invece la reazione di Osvaldo Napoli (Forza Italia): «Pd e Lega polemizzano come se l'epidemia fosse alle spalle, ma ricordo che è da 15 anni che si fanno tagli alla sanità. Ne so qualcosa da amministratore di lungo corso che si è visto chiudere interi reparti di ospedale fino alla sua chiusura completa. Centinaia di ospedali, soprattutto quelli più piccoli, sono stati chiusi dalle Regioni. Al Ssn mancano, così si diceva fino a qualche mese fa, circa 10 mila medici e diverse migliaia di infermieri». Il Pd ha cercato di difendere Giorgio Gori e il vicesegretario Andrea Orlando ha commentato così: «Se Salvini mena mazzate quotidianamente al Governo,si tratta di critiche costruttive. Se un sindaco in prima linea come Gori fa rilievi puntuali alla gestione di Regione Lombardia, allora per i leghisti, le critiche diventano inaccettabili. Sia chiaro,così non funziona. Dal numero e dal tenore di reazioni leghiste all'intervista di Giorgio Gori viene da pensare che abbia colto esattamente nel segno».
 

Le polemiche si sono poi susseguite nelle ore successive, quando Giorgio Gori ha provato a tracciare la linea del contagio in Lombardia, ipotizzando che qualcosa possa essere accaduto il 9 febbraio scorso, quando il coronavirus sembrava un pericolo assolutamente innocuo. Quel giorno, ad Albino, il comune della Val Seriana tra i più colpiti dal contagio, si era disputato un incontro tra la squadra locale e quella del Codogno, valido per il girone B del campionato di Eccellenza. Francesco Passerini, sindaco della città del focolaio nel Lodigiano, ha replicato così: «Essere stati zona rossa non è una colpa, fare insinuazioni e la caccia all'untore invece sì». Giorgio Gori aveva quindi puntualizzato: «Mi dispiace che il sindaco risponda così. Nessuna insinuazione: ho postato la notizia della gara del 9 febbraio perché spero che possa servire per ricostruire come il virus si è diffuso: questo contatto tra i due territori più colpiti può essere un elemento da approfondire».
 

Nonostante la pioggia di critiche, infine, Giorgio Gori ha deciso di lanciare un appello alla Regione Lombardia: «81 sindaci del Milanese chiedono a Regione Lombardia di cambiare strategia e passare alla “sorveglianza attiva”: fare i tamponi a tutte le persone con sintomi riconducibili al Covid-19 e, se positivi, estenderli ai familiari e tutti i contatti recenti. Io la penso come loro».
 
Ultimo aggiornamento: Giovedì 26 Marzo 2020, 15:57
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