Timbrava il cartellino e tornava ​a casa, il giudice gli dà ragione
di Nicola Munaro

Timbrava il cartellino e tornava ​a casa, il giudice gli dà ragione

In sintesi, era tutto legittimo. Il suo arrivare a lavoro, timbrare e poi andarsene. Per poi tornare nel tardo pomeriggio, passare di nuovo il cartellino e prendere la via di casa. Così, per la bellezza di quattordici giorni, tra l'agosto e il novembre 2006. In tutto questo, nessuna truffa allo Stato secondo la Corte d'Appello di Venezia, che ieri ha assolto «perché il fatto non sussiste» un addetto al servizio accoglienza del Museo Concordiense di Portrogruaro ribaltando il verdetto del tribunale di Venezia e la condanna a 7 mesi e 10 giorni di cella (più 350 euro di multa) decisa un anno fa. Il motivo? Quel comportamento era stato annunciato in largo anticipo come forma di protesta e la lettera - protocollata e inviata con ogni crisma - aveva dato la possibilità a tutti di organizzarsi per tempo e di lavorare come se lui fosse in ferie. tempo e di lavorare come se lui fosse in ferie. 

LA STORIA
Protagonista di una sentenza destinata a fare scuola, è Ruggero Orlando, 65 anni, residente a Portogruaro, con un passato da consigliere comunale a Montebelluna, nel Trevigiano, e dipendente del Ministero per i beni e le attività culturali - Soprintendenza del Veneto come impiegato nel servizio accoglienza del Museo Concordiense. A far nascere la disfida arrivata in discussione in Appello, era stato un demansionamento da vigilante a personale di accoglienza del Museo che, a suo dire, l'ex consigliere comunale avrebbe subito da parte del Ministero nella primavera del 2005. 

Retrocessione lavorativa che il dipendente non aveva accettato e di cui aveva parlato in una lettera spedita il 22 giugno 2005 sia alla Sovrintendenza del Veneto, sia alla direzione del Museo Concordiense. Scritti in cui, dopo aver fatto presente la propria delusione, annunciava la protesta: ovvero che avrebbe timbrato il cartellino all'ingresso e in uscita, ma che le sue braccia sarebbero rimaste incrociate.

Comportamento che il lavoratore aveva tenuto per alcune giornate del 2005 (e che gli erano costate una prima condanna, confermata in Appello, ndr) e che aveva riproposto per altre due settimane tra il 29 agosto e il 15 novembre 2006.

IL RICORSO
Di fronte a questa nuova astensione, sia il Ministero dei beni culturali, sia la direzione del Concordiense, si erano rivolti alla procura la quale, a sua volta, era riuscita a ottenere una seconda condanna del lavoratore. Che, deciso a far valere le proprie ragioni e assistito dall'avvocato padovano Nazareno Stivanello, aveva impugnato la sentenza in Appello. Dove i giudici gli hanno dato ragione: «L'aver preannunciato con una lettera formale il comportamento contrario agli obblighi - si legge - impone di ritenere che l'artifizio ideato era totalmente privato della sua attitudine ingannatoria. L'Orlando manifestava il fine di protesta che la connotava» e lo «scopo diretto e correlato alla sua condotta era appositamente quello che il datore di lavoro ne fosse anticipatamente al corrente». Uno sciopero, quindi. Legittimo e pure annunciato.
Giovedì 13 Dicembre 2018, 09:08
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