Agguato di Sabaudia, dopo 21 anni ancora senza colpevole l'omicidio dell'avvocato Vincenzo Mosa

Agguato di Sabaudia, dopo 21 anni ancora senza colpevole l'omicidio dell'avvocato Vincenzo Mosa

di Emilio Orlando
Era l'avvocato che assisteva come parte civile le vittime dell usura e del racket della banda della Magliana e di altre pericolose organizzazioni criminali. Rappresentava i più deboli nei tribunali per rendere loro giustizia. Nella provincia di Latina, dove Vincenzo Mosa esercitava parte della sua attività di legale, aveva profetizzato in più di qualche occasione l'esistenza di un tessuto economico criminale sotterraneo che stava man mano “infettando” I settori produttivi della zona. La storia ed il tempo, a distanza di 21 anni dal feroce omicidio che ha stroncato per sempre la sua esistanza a soli 41 anni gli hanno dato ragione.

Le operazioni anticrimine “Alba Pontina” riguardanti estorsioni e racket del Clan nomade Di Silvio ed altri blitz che hanno visto in manette funzionari di banca, sindacalisti e colletti bianchi del capoluogo pontino sembra che traggano ispirazione da quelle sue arringhe ed interventi che faceva durante le udienze o nel corso dei convegni antiusura dello “Snarp”( Sindacato Nazionale Antiusura) di cui era responsabile dell'ufficio legale.
 
 


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Vincenzo Mosa venne assassinato il 2 febbraio 1998 con un colpo di arma da fuoco alla schiena nella sua abitazione estiva a Sabaudia. Quella sera era andato a prendere i due cani che teneva in giardino per portarli nell' abitazione romana, dove aveva anche un altro studio . Il corpo del professionista venne ritrovata dagli investigatori esterno del villino in via Colle Piuccio. L'arma utilizzata per l'esecuzione degna di un agguato in perfetto stil malavitoso fù un fucile a pompa calibro 12 utlizzato per la caccia al cinghiale o dai rapinatori per assaltare i furgoni blindati. Nessun testimone a quell'ora e nemmeno immagini di telecamere di videosorveglianza che all' epoca non erano ancora diffuse per i costi elevatissimi di acquisto e di installazione. Le piste battute dai detective pontini non approdarono a nulla, se non ad iscrivere nel registro degli indagati un canoista del posto, Mauro Chiostri. L' uomo, che subì due gradi di giudizio, venne assolto definitivamente da ogni  accusa nel 2002. La ricostruzione fatta dai carabinieri sulla base di alcune tracce trovate nella casa vicina a quella dove venne ucciso Mosa appurò che lo sparo partì proprio dal confine della casa adiacente divisa da quella del delitto da una siepe.

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Forse venne attirato in un'imboscata da qualcuno. Fù la goverante che, allarmata dalla moglie di Mosa, lo andò a cercare nella villetta e trovò il cadavere nel giardino. L'assassino fece fuoco dopo aer atteso l' arrivo di Mosa nascosto dentro la siepe. Ancora vivo il ricordo da parte del figlio Giuseppe, anch' egli avvocato che ha seguito le orme del padre: «Quando è morto nel 1998, anche se aveva solo 41 anni, mio padre era uno degli avvocati più in vista d’Italia, aveva un’ attività professionale vasta e variegata con una miriade di rapporti. Quello che le posso dire è che a distanza di oltre 20 anni dalla sua morte la sua figura è ancora viva nella memoria dei colleghi del foro di Latina e nei ricordi della gente. Io in questi anni non ho mai parlato pubblicamente di mio padre, nè formulato alcuna richiesta. Oggi a distanza di molti anni dalla sua scomparsa, in considerazione dell’interesse e dell’affetto che la sua persona continua a ricevere mi auguro che presto la sua città, Terracina, gli dedichi una strada e il collegio dell’ordine degli avvocati di Latina un'aula dentro palzzo di Giustizia».

Uno degli ultimi ad averlo sentito per telefono fu proprio il professor Francesco Petrino, presidente del sindacato nazionale antiusura, che lo ricorda così: «Mosa era uno dei migliori professionisti del settore antiusura e antiracket, oltre che un caro amico - dice Petrino -, era specializzato nel difendere le vittime dell’usura e del racket e per questo di nemici ne aveva moltissimi. Sono sempre stato convinto che venne barbaramente assassinato da qualcuno che proveniva dal mondo criminale contro il quale lottava». Tre anni prima a Borgo Montello, sempre in provincia di Latina ci fu un altro omicidio, quello di don Cesare Boschin il cui movente va ricercato nelle battaglie che il parroco conduceva contro le attività del crimine organizzato nel capoluogo pontino soggetto a continue infiltrazioni camorristiche, negli appalti e nella gestione illecita dei rifiuti e delle discariche. 

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L' autopsia stabilì che, a seguito delle violente percosse che aveva ricevuto da parte degli assassini inghiottì la dentierà, che gli provocò la morte per soffocamento. La rapina venne scartata perchè nel portafogli c'erano 700 mila lire ed in una scataola custodita in un armadio erano rimasti 7 milioni d lire. All'appello mancavano alcune agende. Il pentito di camorra Carmine Schiavone ai magistrati svelò che proprio nella discarica di Borgo Montello, l'area per la quale sacerdote assassinato stava portanto avanti una dura battaglia con i parrocchiani per la chiusura e la bonifica, Antonio Salzillo, reggente del clan camorristico nella provincia di Latina ucciso il 6 marzo 2009, fece interrare migliaia di fusti contenenti rifiuti tossici.

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Ultimo aggiornamento: Sabato 2 Febbraio 2019, 21:08
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