Addio De Crescenzo, il filosofo che amava le donne e l'ironia
di Totò Rizzo

Addio De Crescenzo, il filosofo che amava le donne e l'ironia

Com'è costume diffuso al Sud, la buttava spesso in battuta, Luciano De Crescenzo - morto ieri a 91 anni - ingegnere e filosofo, legato più alla seconda attività che alla prima tanto che abbandonò questa quando la speculazione del pensiero sopravanzò per piacere e per introiti il lavoro di dirigente all'Ibm. Napoletano fino al midollo, di quella Napoli borghese e colta (era di Santa Lucia e il suo sodale da adolescente era Carlo Pedersoli, il futuro Bud Spencer) che sapeva trasformare in sorriso il malanno atavico, il vizio congenito, il difetto ereditato attraverso i geni. Una specie di Peppino Marotta del tramonto dello scorso millennio: criticava causticamente Napoli e i napoletani ma quella critica non arrivava al punto d'ebollizione che di solito trasforma il giudizio in rabbia o in invettiva, si fermava qualche decina di gradi più sotto, era magari disapprovazione puntuta ma sempre con una soglia (anche minima) di tolleranza.

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Figlio di guantaio di via dei Mille, laurea in ingegneria elettronica alla Federico II (allievo di Renato Caccioppolli, genio matematico), assunzione e bella carriera alla Ibm, numeri e tecnologia da un lato ma dall'altro la passione per la filosofia antica, per la cultura di quella Magna Grecia da Napoli in giù che contrapponeva all'altra Italia, da cui la famosa divisione tra uomini d'amore (al Sud) e uomini di libertà (al Nord), una vocazione da divulgatore decisamente antiaccademico che assecondò con le prime ospitate televisive e i primi consensi popolari che fecero da traino al successo di Così parlò Bellavista, romanzo d'esordio, 700mila copie in un fiat, l'inizio di una pubblicistica che le biografie oggi riassumono in 18 milioni di libri venduti, tradotti in una ventina di lingue in ogni parte del globo terracqueo.
Personaggio lo diventa con i talk, comico suo malgrado (definizione impropria che a lui non piaceva) con la banda Arbore dove affianca l'altro intellettuale partenopeo, Riccardo Pazzaglia, in schermaglie surreali tra la riflessione ironica e il cazzeggio, poi s'inventa anche attore e regista dei suoi stessi personaggi nei suoi stessi film, nonché sceneggiatore. Ma sono soprattutto le amate carte a dargli un favore costante perfino quando s'addentra in azzardate autobiografie da vivo, il leit motiv resta però la filosofia con la sua storia e i suoi pensatori, materia da diffusione popolare quasi impensabile nel nostro Paese anche se lui s'incupisce quando vede i suoi libri primi in classifica nella varia anziché nella saggistica.
Amante della battuta e delle belle donne. Ai tempi del suo flirt con Isabella Rossellini, allora poco più che ventenne, quando lei disse «è l'uomo più vecchio con cui sia mai stata» replicò «e tu non sei la più giovane con la quale sono stato». Polemico ma con ironia si rivolse a Bossi parafrasando un famoso detto: «Caro senatore, mentre voi eravate ancora sugli alberi noi eravamo già froci». La morte, infine, che esorcizzava, come ogni buon napoletano, con un motto: «Non credo nell'aldilà ma spero». Chissà se, anche quando si muore, la speranza sia l'ultima a morire. Oggi l'ultimo saluto: dalle 10 camera ardente in Campidoglio.
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Venerdì 19 Luglio 2019, 05:01
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