La pandemia, il cambiamento climatico e la globalizzazione
di Marco Mottolese

La pandemia, il cambiamento climatico e la globalizzazione

“Sia la pandemia sia il cambiamento climatico sono scorie tossiche della globalizzazione”. A esternare non è un “no global” o Greta ma Antonio Scurati, scrittore tra i più amati del panorama letterario nazionale. E’ importante che l’analisi della situazione che stiamo attraversando - preoccupati e infaustamente stupiti - non la facciano solo gli scienziati o i governanti, ma anche gli scrittori, gli intellettuali, quelli che fino a poco tempo fa chiamavamo “uomini di pensiero” perché, quel genere di pensiero, viene erogato con una lateralità che ci è utile per riflettere e porre la giusta distanza tra noi, la paura, e il desiderio di ritorno alla base, dunque alla situazione precedente che, probabilmente, non ci sarà o comunque andrà costruita su palafitte diverse.

 

Quella terra di prima che a me fa pensare al Major Tom di David Bowie, della cui navicella spaziale perde il controllo: “Can you hear me Major Tom?” chiedono dalla base… ci senti? Da Space Oddity a Earth Oddity? Ecco, mentre dalle nostre finestre – non dall’oblò della capsula spaziale - vediamo allontanarsi definitivamente l’insediamento che ci eravamo costruiti con errata preveggenza, il pensiero degli scrittori ci nutre, quello degli scienziati ci affama.

 

Più volte, su questa rubrica, ho scritto che con il virus dobbiamo prepararci a convivere, troppo vorace e a suo modo intelligente, questo micro essere per farsi da parte a comando, come se avesse intuito che l’uomo, questa volta, fatica ad innalzare il muro eretto in passato dalla scienza a favore della nostra specie; così si nutre di questi tentennamenti diversificando il suo ceppo originario, mascherandosi, giocando con noi a nascondino come un adulto con un bambino, dunque riapparendo all’improvviso quando sembrava sparito, e correndo ben più veloce di noi a fare tana.

 

D'altronde, scrive sempre Scurati, ci siamo già adagiati, senza opporre resistenza, se non a parole, al cambiamento climatico, perché non dovremmo pensare ad una futura convivenza col virus? Credo che non sia mai successo che gli abitanti della terra fossero in grado, nell’arco di una singola vita, di percepire il cambio di clima. In passato le condizioni climatiche della terra tendevano a mutare nel corso dei secoli con una lentezza che preveniva i viventi dal subire traumi ingestibili. Invece, tra la fine di un secolo e l’inizio di un altro, l’accelerazione verso il futuro è divenuta centrifuga trascinando le ultime generazioni a rendersi conto che la frase “non ci sono più le mezze stagioni” non era solo un ritornello dalle varianti comiche ma nascondeva una realtà che i più sensibili avevano intuito all’origine.

 

Le “scorie tossiche” dell’industrializzazione (ancor più che della globalizzazione) hanno preteso di venire a galla proprio ora innescando danni attesi. Nella vita dell’uomo le cose belle chiedono sempre un contraltare di sacrificio, come alla ricerca di un pareggio costante, e tutto ciò che l’uomo si è regalato per migliorare la propria vita aveva a che fare con la dominazione della natura la quale, infine, senza alcuno sforzo, ci sopraffà. Così, la stessa, malgré-nous, ci ha assegnato ingrati compiti, come quello di diventare contrabbandieri di malattia, corrieri inconsapevoli di droga nociva che trasportiamo, senza che nessuno ci possa scoprire, da un continente all’altro.

 

L’altro lato della medaglia globale sta ora mostrando il suo vero volto; cattivo, arcigno, pericoloso, ma anche ammiccante. Ma indietro non è possibile tornare come quando alla moviola l’azione a ritroso passa dal gol a come questo è originato; sarebbe la nostra aspettativa, ma non è dato. Interrompere il nomadismo globale, la mescolanza dei problemi, le intersecazioni degli scambi, non è più possibile e allora perché non impostare un futuro in cui ognuno si assume la propria parte di rischio? Quando si è trattato di raccogliere a mani basse quanto di buono l’insieme del Sapere umano faceva per il bene del mondo eravamo tutti pronti e disponibili; l’attesa di vita si alzava, la parola “benessere” assurgeva al trono del nostro dire. Eppure, prima che questa parola venisse scalzata e lo scettro passasse ad una meno accomodante - quella “sopravvivenza” che molti di noi non avevano mai tenuto in considerazione - è rientrata in gioco la necessità di affrontare, ogni giorno, il pericolo che credevamo ben serrato alle spalle dei nostri divani.

 

Saremo tutti un po’ più guerrieri, un po’ più disillusi, un po’ meno fiduciosi nel futuro che - se prima sembrava uno zio buono d’America - oggi sembra mostrarci la linguaccia e dire “ve l’avevo detto io, con me non si scherza!”. Un altro grande scrittore ha avuto intuizioni fulminanti sul virus, Alessandro Baricco che, nel libro “Quel che stavamo cercando”, elabora una tesi azzardata ma affascinante: la Pandemia come creatura mitica e non complessa emergenza sanitaria; figura mitologica che abbiamo inconsciamente elaborato per riorganizzare il caotico materiale delle paure, delle convinzioni, memorie e sogni recenti degli umani.

 

E se la pandemia è una figura mitica – scrive Baricco – cosa volevamo pronunciare a noi stessi quando l’abbiamo disegnata? Questo il punto: il virus invade e gira indisturbato perché noi lo abbiamo immaginato, pensato, attirato nella tana e ora che ha preso corpo, generato dagli errori del passato, dobbiamo accettarlo come un figlio indesiderato e forse, solo facendo ricorso alla trama immortale delle tragedie greche, potremo ipotizzare come andrà a finire.


Ultimo aggiornamento: Mercoledì 26 Gennaio 2022, 13:11
© RIPRODUZIONE RISERVATA