Siamo lo zoo del virus
di Marco Mottolese

​Siamo lo zoo del virus

A volte la mattina esco di casa per fare due passi, il “lavoro agile” non mi rende agile. In questo già strano periodo c’è un altro strambo accadimento: ciò che denominiamo “smart working” - e che trasforma le case in uffici e le ore di ufficio in momenti casalinghi – fa sembrare i muri di casa meno famigliari, sembrano quasi disdegnarci, farsi da parte muti , accartocciarsi, nascondersi, intuiscono che non stanno facendo il loro dovere; la loro ragion d’essere viene meno, perché quella quotidiana assenza degli “inquilini” , alla quale felicemente si assoggettano, quel silenzio mattutino tra le mura, che nessuno può percepire – essendo altrove - prima li erigeva , in nostra mancanza, a protettori dell’ambiente domestico.

 

Non è più così. Se scrivo “prima” si intuisce a quale “prima” mi riferisco, anche se, da qualche tempo, fingiamo che la “normalità” sia tornata tra noi pur sapendolo che il virus, come un illusionista di strada, ha seminato trabocchetti. Intanto è creatore di varianti, e se va male va malissimo. Forse, il Virus, non è ancora del tutto soddisfatto della sua involontaria - ma per lui vitale - coabitazione con l’uomo e insiste nella perlustrazione dei corpi umani, d’istinto trasmigrando di essere in essere, fosse solo per vedere l’effetto che fa. Siamo noi lo zoo che il virus vuole visitare.

 

Uno dei trabocchetti che la pandemia ci ha scodellato -traendoci in inganno- è la sostanziale mutazione delle consolidate abitudini lavorative, ponendoci in condizione di assecondare una fittizia accelerazione al cambio delle modalità che regolano le giornate di lavoro. Abitudini di vecchia data saltano, il cambiamento, che solitamente va a braccetto con la sodale lentezza, sembra aver interrotto il fidanzamento con quest’ultima, gettandosi di corsa e solitario in campo libero per sconfinare in un panorama nuovo che, se non digerito, potrebbe falcidiare. Ma il cambiamento è malattia necessaria dell’umanità, malanno che prima o poi coglie tutti; si atteggia a virus - e non c’è vaccino che lo possa contrastare - non rimane che provare a fidanzarlo nuovamente con la lentezza ma, se le cose mutano in maniera anomala e veloce, senza preavviso, il tessuto umano ne risente.

 

Il cambiamento sfida, nutrendosene, alcuni antagonisti che vanno sotto il nome di guerra, pandemia, cataclisma naturale, come se questi “inciampi” - che l’uomo da sempre conosce e purtuttavia si annunciano ogni volta come nuovi - fossero seminati sulla terra per verificare periodicamente la capacità dell’uomo di anticipare i tempi di aggancio col futuro. Ma tutto questo accade senza pianificazione, a meno che non si voglia intravedere una mano superiore, perché alcune guerre hanno svegliato il mondo intero con una pedata così forte che, a spinta terminata, non lo si riconosceva più. Nei secoli sono transitate pandemie che hanno rigenerato i viventi; persi i più deboli nel cammino, i più resistenti hanno tratto forza dall’indebolimento generale, in una darwiniana fase di rigenerazione, probabilmente necessaria in quei momenti ma che ci lascia comprendere che non si attraversa la vita a caso.

 

Infine, come ciliegina sulla torta terracquea, appaiono i cataclismi, che non solo cambiano l’uomo ma addirittura il paesaggio. La modernità, dopo gli scuotimenti, si presta volontariamente a farsi secolarizzare, le spuntano le rughe, come se l’imprevedibilità pensionasse il “qui e ora” anzitempo. Questa mi appare la dimensione del momento. Ogni volta che l’uomo ha dovuto far fronte a fenomeni naturali, o alla innata e forse necessaria stupidità umana che porta alle guerre, involontariamente ha fatto un passo avanti; non è mai successo che una guerra o un terremoto facessero arretrare il presente, piuttosto lo deturpano per un attimo, ma subito la realtà cambia pelle, come i serpenti nelle stagioni giuste.

 

L’uomo accetta il cambiamento individuale con maggiore facilità che non l’abituarsi al veloce mutare del mondo intero; quando le cose cambiano per tutti l’individuo si interroga in ritardo, come quando in aereo ad alta quota voli a mille all’ora ma osservando fuori dal finestrino tutto appare fermo. Oppure non rimane che rifarsi al vecchio proverbio della trave e della pagliuzza. Ora siamo in pieno cambiamento e a noi appare tutto come prima, invece il nostro aereo è in volo e un panorama nuovo si modella a velocità indefinibile proprio sotto di noi. Sento un brusio di fondo, indistinto, che dice e ripete come un mantra: “che sarà di noi domani? “e, mentre sgraniamo il rosario della preoccupazione ci lasciamo trascinare dagli eventi che qualcuno - oppure sempre e solo noi, dunque la forza del pensiero collettivo -, ha messo in piedi. La rappresentazione in corso è in fase di prova e sulla nuova piece il sipario non si è ancora sollevato.


Ultimo aggiornamento: Domenica 14 Novembre 2021, 18:24
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