La nuova normalità dopo il Covid, come giocare a Tetris
di Marco Mottolese

La nuova normalità dopo il Covid, come giocare a Tetris

Così, senza volerlo, senza saperlo, siamo scivolati nella normalità. La normalità? Di cosa sto parlando? Ogni settimana mi ritrovo qui a fare i conti col nome della rubrica: CovidTelling, “Storie di Covid”, la missione è osservare quanto accade ed è così che percepisco la normalità rioccupare il suo spazio con velocità inversamente proporzionale al lungo spavento provato.

 

Cosa rimane? Di settimana in settimana cancelliamo dalla nostra mente, come giocassimo a Tetris, una scritta sul muro, un messaggio sbagliato, un titolo di giornale, un pensiero impuro. Tutto l’accaduto è agli atti ma il cambiamento prodotto dall’impensabile si è radicato più all’interno degli individui che non nei paesaggi urbani. Non fosse per le trasandate e stanche mascherine, unico feticcio e traccia residua della pandemia, potremmo datare gennaio 2020 la nostra quotidiana discesa in strada.

 

Ma cosa era “prima” la normalità? E’ difficile dirselo e ancor più difficile raccontarselo, perché la normalità è ciò che accade mentre (apparentemente) non succede nulla. La normalità si nasconde tra le righe e tra queste è difficile per chiunque leggere il cambiamento. Molto si scrive sul “cambio di passo”, “nulla sarà come prima”, ci dicono, poi esci per strada e tutto sembra, invece, immutato.

 

Le strade invase come e più di prima, l’inquinamento sempre minaccioso; il benchmark della normalità è forse il traffico? E dunque? Credo che per capire meglio cosa sia accaduto all’interno delle comunità con il passaggio della pandemia dovremmo allungare lo sguardo, intravedere la “new normality” anche negli altri paesi.

 

Se è vero che il mondo si è unito in battaglia contro il virus allora la novità è questa: erroneamente le guerre in passato sono state denominate “mondiali”, perché in nessuna di quelle fu coinvolto il mondo intero. E’ l’egocentrismo di alcune nazioni che ha portato a denominare “mondiali” guerre che le vedevano coinvolte ma che non toccavano a tutti.

 

Chi guerreggiava si sentiva evidentemente al centro del mondo, un senso spocchioso di supremazia culturale che fiorisce spesso nel mondo occidentale. E’ questa pandemia, invece, la più vera delle guerre mondiali perché spavento e reazione sono andati globalmente all’unisono.

 

Lo spavento non conosce varianti, la paura nemmeno. Usano ovunque la medesima lingua e un traduttore automatico ne unisce il lessico in un funzionale esperanto che tutti comprendono. Lo spavento collettivo ci ha unificati, resi più simili nella nostra debolezza verso i fatti della natura e dunque, per farcela, ci siamo spostati in avanti all’unisono, per questo facciamo fatica a “sentire” il cambiamento perché, per una volta, è toccato a tutti fare un passo avanti.

 

Siamo passati di epoca senza rendercene conto, come in un trucco cinematografico di “fast forward” trasportati in avanti di forza, anticipando un futuro che comunque, più lentamente, sarebbe arrivato. I governanti del globo dicono: “Costruiamo un mondo migliore”; allora questo esserino invisibile e letale ha scoperchiato il problema? Il mondo va aggiustato prima che sia troppo tardi e ci ha pensato il virus a metterci difronte al dilemma. La “nuova” normalità - se vogliamo in italiano chiamarla così, facendo leva sulle intuizioni della lingua anglosassone - è prendere coscienza che è piombato dal cielo un problema condiviso tra tutti, una sorta di grande olimpiade in cui, ribaltando il concetto di De Coubertin, l’importante non è partecipare, ma vincere.


Ultimo aggiornamento: Venerdì 11 Giugno 2021, 19:05
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