La nuova normalità post pandemia? Un surrogato di quello che era "il prima"
di Marco Mottolese

La nuova normalità post pandemia? Un surrogato di quello che era "il prima"

In un film “cult” degli anni ’70, tratto da un racconto di Bioy Casares , “L’Invenzione di Morel”, un  fuggitivo si nasconde su un'isola sperduta. Aggirandosi per l’isola, apparentemente disabitata, lo vediamo sbirciare all’interno di una casa abbandonata alla ricerca di motivi di sopravvivenza; da uno spiraglio intravede un gruppo di persone intente a bere e ballare, un party tanto elegante quanto simile ad altre feste alle quali lui stesso aveva partecipato prima di finire nei guai. Nei giorni successivi, tornando a spiare dentro la casa, il fuggitivo, incredulo, ritrova ogni giorno la stessa identica scena che sembra ripetersi pedissequamente, come se i partecipanti fossero su un set a girare sempre il medesimo ciak, senza soluzione di continuità.

 

In realtà (questo scoprirà atterrito il fuggiasco) quelle persone danzanti, gioviali, eleganti e vestite con abiti d’epoca, altro non sono che turisti, filmati chissà quando sull’isola nell’atto di festeggiare ma, probabilmente, non più in vita; dunque, quello che vede l’io narrante, altro non sono che proiezioni , a suo tempo registrate, di un gruppo di persone che non ci sono più. Si scopre che Morel, l’inventore di questa macchina folle, anche lui scomparso, aveva affidato ai venti e alle maree la funzionalità perenne della sua macchina geniale assicurandosi così, post mortem,  un artistico omaggio all’eternità.

 

Ecco, ho l’impressione che in questo periodo siamo tutti un po’ dentro l’invenzione di Morel. Inconsapevoli attori recitiamo ancora la parte che ci era stata assegnata prima che la pandemia forzasse l’interruzione delle riprese.

 

Girovagando, rientrando nella vita “normale” dalla porta principale, tutto appare come prima. E’ esplosa l’estate, il periodo dell’anno in cui si allentano i freni; se il fuggitivo dell’ “Invenzione di Morel” arrivasse dal 2019 dopo un blackout che gli avesse impedito di sapere del virus, e ci  osservasse superficialmente, farebbe molta fatica a trovare incongruenze con ciò che conosceva, mascherine a parte che potrebbero apparirgli come un tic di massa o moda trash importata dall’oriente che, d’altronde, seminava questo look già da prima del covid, un po’ segno premonitore un po’ oggetto di scherno da parte degli incauti occidentali.

 

L’invisibile fuggitivo, girando per strade, spiagge, stazioni, aeroporti, ristoranti, non individuerebbe alcuna differenza con quello che conosceva prima di eclissarsi. Eppure, poniamo che questa persona avesse acclarate capacità di “leggere” nei dettagli la vita per come la conosceva, scoprirebbe che qualcosa non quadra, come il fuggitivo di Bioy Casares sentirebbe che la ripetitività, la normalità (addirittura denominata “nuova”) suona falsa, le emozioni contenute, e vedrebbe ombre inquietanti svolazzare invisibili alle spalle di tutti.

 

Il film della nostra vita precedente è in proiezione costante, come sull’Isola di Morel, ma la realtà molla l’àncora senza chiedere il permesso, si è già spostata altrove e lì ci attende, sorniona, e l’uomo tornato dalla “vita di prima”, avendo saltato il turno della pandemia, capirebbe molto bene che davanti ai suoi occhi scorre un surrogato di ciò che era il “prima”.  

In questo momento si viaggia su binari paralleli: in uno corre il treno del passato, dove ci ammassiamo pensando che sia quello per la stazione giusta; nell’altro viaggia spedito il treno del futuro, ma è semideserto, c’è ritrosia a salire su quei vagoni , che sono riservati a chi vede sempre il bicchiere mezzo pieno.  Solo a trasformazione avvenuta verrà dismesso il treno del passato, chiuso il binario e, tutti coscienti di cosa sia stata la pandemia, finalmente le attribuiremo il senso che oggi facciamo fatica a dargli.


Ultimo aggiornamento: Sabato 31 Luglio 2021, 11:29
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