Certe notti somigliano a un vizio
di Marco Mottolese

Certe notti somigliano a un vizio

Personalissima preoccupazione di questa pandemia mi porta a formulare la domanda: “ che ne sarà della notte? ” .  Presi da altri problemi sembriamo sorvolare sul fatto che da mesi ci siamo amputati la notte. Non parlo delle notti insonni in casa - quando non aspetti altro che torni la luce- no , mi riferisco alle notti in giro, quelle in cui, soprattutto da ragazzi, succede ciò che il situazionista Guy Debord impresse mirabilmente in una frase palindroma che diede il titolo ad un suo film “ready-made” del 1981 :  “In girum imus nocte et consumimur igni “ (vaghiamo nell'oscurità e siamo consumati dal fuoco). Consumati dal  fuoco … già, e quel fuoco ora chi consuma? La notte metropolitana, per noi tatuati di civiltà, è l’unica giungla che ci è dato conoscere, il luogo –anche mentale- che ci addestra a tenere desti i sensi e prolungare l’istinto di sopravvivenza ponendoci in contatto con la primitività, sopita, ma sempre latente.

 

Da adulti le ricordiamo tutti quelle prime volte in cui, sceso il buio, si iniziava a uscire di casa e, al fondo della notte, ci si spiaggiava sulla sponda casalinga dove era d’obbligo rientrare dai raid  prima che la luce amplificasse il più piccolo scricchiolio. Rifletto: come si sopravvive senza l’energia che la notte produce con l'unico scopo di dare la carica al giorno che segue ? Il coprifuoco è una fascia che benda la mente; è un territorio inerte, ma non neutrale, che offusca l’ignoto e ci fidanza ad altre vite, che odorano di guerra e di biechi regimi. Difficile trovare nostri contemporanei che abbiano già testato questa surrealtà che blinda da mesi la vita notturna e fonda città deserte, bellissime ma utili forse solo agli animali, che rientrano da zone limitrofe per appropriarsene, selvatici e stupiti. E dunque - così come la sindrome degli arti fantasma illude la mente animando una mancanza -  della notte ascoltiamo il lamento e la sua materializzazione fittizia che si infiltra di soppiatto nelle case, attratta come da sirene omeriche. Non sono sicuro che, quando tutto questo sconvolgimento avrà un termine, esisteranno nottate da affrontare come prima perché le abitudini si dissolvono in maniera inversamente proporzionale al tempo necessario ai loro consolidamenti e la modalità “ sensi allerta” – che il buio affina -  sembra già sopita. Le notti di Roma, Milano, di Londra o New York , al solo pensarle disegnano foreste urbane che sanno di pericolo e vita parallela dove si produce il combustibile per il giorno successivo finché bussa la luce e spegne il lato oscuro delle cose.

 

Ecco, è dalla notte desertificata che si intuisce che il virus ha vinto il primo round: tagliati fuori da essa abbiamo imboccato la strada della clausura supina. Io li vedo e li sento i miei simili quando senza sgarro tornano a casa rispettando l’orario di inizio del coprifuoco come un assetato rispetta la fila all’affollata fontanella del concerto.  Lo spazio notturno - bandito (e mai parola con più senso, in questo caso) - è ora luogo di incantesimo che per scioglierlo non rimarrebbe che andare incontro al proprio destino di multati. Antiche origini sanscrite della parola notte riportano a questo concetto: tempo nel quale sparisce la luce. E’ questo il luogo di cui oggi veniamo privati. 

 

Quanti ricordi sono figli degli accadimenti notturni? Cosa ricorderanno i ragazzi di questo periodo che li ha privati della meraviglia stordente e inquietante che rappresenta la notte delle prime uscite? Perché la metà buia della vita è indefinibile, sfuggente, anche se affettuosa, come scrive Banana Yoshimoto “la notte, come la gomma, è di un’infinita elasticità e morbidezza, mentre il mattino è  così spietatamente affilato”. Ecco perché viene meno – mancando l’immersione nel buio - la fondamentale alternanza che nutre la parte antica della nostra corteccia cerebrale, relegandoci ad animali diurni ai quali manca il magico ripensamento del giorno dopo l’oscurità, quel lato mistico che sorge quando  il sole cala perché, come scrisse il poeta inglese Edward Young “di notte l’ateo crede quasi in un Dio”.

 

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Marco Mottolese nasce a Reggio Calabria. Ha vissuto a Londra, Perugia e Milano e attualmente a Roma. In queste città si è diviso tra creatività e management utilizzando la scrittura come collante del suo lavoro. Ha pubblicato libri di poesia, racconti , un saggio a quattro mani sui graffiti urbani e periodicamente “presta la sua penna” per attività di ghost writing.


Ultimo aggiornamento: Venerdì 23 Aprile 2021, 10:56
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